Grazia Deledda (1871 – 1936), con il marito Palmiro Madesani e i figli Franz e Sardus
Grazia Deledda (1871 – 1936), con il marito Palmiro Madesani e i figli Franz e Sardus
di Letizia Magnani Oggi avrebbe compiuto 150 anni Grazia Deledda. È la più grande scrittrice italiana, ma l’abbiamo dimenticata. Nata a Nuoro, in Sardegna, nel 1871, scopre Cervia, "il paese del vento" per l’amicizia del marito, il romano Palmiro Madesani, con il cervese Agostino Arani, alto funzionario del ministero della Guerra. È l’estate del 1920 e Grazia si sente a casa. Grazietta, come la chiama il marito, per la bassa statura, "un tantino anche brutta", con uno sguardo intenso, quasi avesse quattro pupille, la "buona selvaggia", come si descrive lei, quella donna che nel 1926, prima al mondo, vince il Nobel per la letteratura, arriva a Cervia e la ama subito, perché è come lei, selvaggia e battuta dal vento. La foresta è "primitiva", la gente "semplice, ma non umile". Casa. Nel romanzo La fuga in Egitto si ritrova la sua prima...

di Letizia Magnani

Oggi avrebbe compiuto 150 anni Grazia Deledda. È la più grande scrittrice italiana, ma l’abbiamo dimenticata. Nata a Nuoro, in Sardegna, nel 1871, scopre Cervia, "il paese del vento" per l’amicizia del marito, il romano Palmiro Madesani, con il cervese Agostino Arani, alto funzionario del ministero della Guerra. È l’estate del 1920 e Grazia si sente a casa. Grazietta, come la chiama il marito, per la bassa statura, "un tantino anche brutta", con uno sguardo intenso, quasi avesse quattro pupille, la "buona selvaggia", come si descrive lei, quella donna che nel 1926, prima al mondo, vince il Nobel per la letteratura, arriva a Cervia e la ama subito, perché è come lei, selvaggia e battuta dal vento.

La foresta è "primitiva", la gente "semplice, ma non umile". Casa. Nel romanzo La fuga in Egitto si ritrova la sua prima impressione: "Fra tutto quel verde non si vede che il tetto rosso della stazione". È il viale della Stazione, oggi viale dei Mille, costruito dopo l’arrivo della ferrovia, alla fine dell’Ottocento. "Sopra il viale fra due file di pioppi e di robinie che sembravano cariche di frange scintillanti, il cielo è alto e chiaro, ma di una tristezza delle grandi solitudini, che non è nell’aria, ma nel cuore… Si ha l’impressione di essere sbarcati peggio che in una città sconfinata e sconosciuta, dove nessuno parla la tua lingua: e se si cammina, si dovrà camminare a lungo per arrivare solo ad una spiaggia deserta".

Deserta, selvaggia, solitaria e autentica. Per questo Grazia la ama. Dopo i primi soggiorni, a Villa Igea, sul porto canale, la scrittrice va in cerca di una casa che sia solo sua: "Troglodita d’origini, posso vivere anche in una grotta, ma che la grotta sia mia". La trova. È Villa Caravella, la acquistata coi soldi del Nobel, la battezza così perché sorge in viale Cristoforo Colombo. "...la villetta da vendere è aperta: vi penetro, mi guardo attorno; gli usci spalancati, il corridoio, la scala, tutto mi invita a proseguire nella mia visita, anzi nella mia istintiva presa di possesso. Perché sento di essere già la padrona del luogo: tutto mi piace, le stanze non sono troppo grandi, ma ariose e fresche, la cucina, il piccolo portico e sopra tutto la terrazza: sulla terrazza mi pare di riavermi dopo un lungo svenimento. Rivedo l’azzurro del cielo, e nell’alito del mare sento l’anelito stesso della speranza...".

Sono giorni felici, allegri, semplici, così diversi da quelli romani. Deledda a Roma soffoca, è troppo vicina alle invidie di Sibilla Aleramo e di Luigi Pirandello. Lo scrittore siciliano, che ritirerà il Nobel nel 1934, otto anni dopo di lei, era così invidioso, che nemmeno si era alzato per onorare la scrittrice al ricevimento per il Nobel. Non solo. Pirandello aveva dato alle stampe un romanzetto pettegolo, oggi quasi introvabile (infatti vale una fortuna), Suo marito, nel quale descriveva Madesani come un cavalier servente dedito alla moglie, una sempliciotta di provincia arrivata a Roma per scrivere. Oh, come sono diversi gli scrittori che frequentano Villa Caravella, amici sinceri: Marino Moretti, di Cesenatico, Alfredo Panzini, di Senigallia e Giuseppe Ungaretti, che è di casa.

L’umore cervese allegro di Grazietta trova testimonianza in Agosto felice, elzeviro che appare sul Corriere della Sera il 30 agosto 1935: "È una felicità un po’ stanca e monotona la nostra, appesantita dal caldo sciroccale di quest’agosto variabile, in riva al mare. Nulla ci manca; tutto, anzi, pare esclusivamente nostro. Nostra la casa, con intorno i freschi pioppi del Canadà sempre sorridenti e danzanti, col mare blu e il cielo lilla fra i tronchi sottili, il suolo sparso di foglie che al primo sole sembrano davvero monete d’oro; e dall’altro limite la strada litoranea asfaltata e coperta di rena, sulla quale scivolano veloci e silenziose le automobili in viaggio estivo; e le innumerevoli biciclette delle donne e dei ragazzi con la testa in giù, i capelli svolazzanti nella corsa sfrenata, mettono un movimento e un’allegria di rondini in volo...".

Come ama quel posto Grazia, luogo nel quale "sente un odore di campagna autentica". È questo "il paese del vento" dove la sera i bragozzi da pesca "tornano a due a due, come coppie di sposi dopo una felice passeggiata". Casa.