In vista del suo 200° anniversario la “Compagnie des Guides de Chamonix. “ fa un appello per arricchire il fondo del. museo
In vista del suo 200° anniversario la “Compagnie des Guides de Chamonix. “ fa un appello per arricchire il fondo del. museo
di Viviana Ponchia Una leggenda valdostana racconta che da quelle parti quando nasce un bambino lo si mette su una parete. Se resta attaccato farà la guida alpina, se cade sarà prete. In realtà il destino è già segnato, la genetica della montagna non perdona. Il mestiere passa di padre in figlio, la passione è eredità. Funziona così da 200 anni. Due secoli esatti compie infatti quest’anno una professione che deve scorrere nelle vene per portare in alto. La prima Società delle guide al mondo fu costituita nel 1821 a Chamonix quando fu chiaro che si trattava di un’attività pericolosa: dopo l’incidente in cui persero la vita Auguste Tairraz, Pierre Balmat e Pierre Carrier venne istituito un fondo di...

di Viviana

Ponchia

Una leggenda valdostana racconta che da quelle parti quando nasce un bambino lo si mette su una parete. Se resta attaccato farà la guida alpina, se cade sarà prete. In realtà il destino è già segnato, la genetica della montagna non perdona. Il mestiere passa di padre in figlio, la passione è eredità.

Funziona così da 200 anni. Due secoli esatti compie infatti quest’anno una professione che deve scorrere nelle vene per portare in alto. La prima Società delle guide al mondo fu costituita nel 1821 a Chamonix quando fu chiaro che si trattava di un’attività pericolosa: dopo l’incidente in cui persero la vita Auguste Tairraz, Pierre Balmat e Pierre Carrier venne istituito un fondo di solidarietà per aiutare le famiglie in lutto e stabilito un principio di equa distribuzione del lavoro. La società gemella di Courmayeur seguì a ruota nell’eterno incastro di complicità e competizione fra cugini all’ombra del Monte Bianco.

Per ricordare e celebrare, la prossima estate sono in programma azioni memorabili. Le nuove leve come Tristan Knoertzer, 31 anni, saliranno fino ai 4.810 metri della vetta, ridiscenderanno e proseguiranno in bicicletta o a piedi fino a Parigi per conquistare la Tour Eiffel e issare il vessillo della Compagnie des Guides. Perché questo fa un guida: aiuta la gente a realizzare sogni, ma prima deve poter sognare fortissimo per conto proprio.

In realtà a salire per primi sul tetto d’Europa non furono due alpinisti ma un cacciatore amante dei cristalli e un medico appassionato di botanica. Erano le 18.23 dell’8 agosto 1786 e vi rimasero meno di quaranta minuti. Jaques Balmat era un aitante conoscitore di montagne. Michel Gabriel Paccard stava cercando di dimenticare la salita fallita tre anni prima sulla via dei Grands Mullets. Erano stati convocati da Horace-Benedict de Saussurre, il geologo e fisico svizzero che a sua volta amava sognare in grande e si era messo in testa di misurare i ghiacciai. Non andavano troppo d’accordo, ma c’era di mezzo una bella ricompensa e per convenienza accettarono, passando stavolta per il Grand Plateau sotto la parete Nord.

Li applaudì un’enorme luna piena e quella loro impresa da dilettanti, che coincide con la nascita dell’alpinismo, aprì la strada ai professionisti veri e alla borghesia anglosassone convertita alla piccozza.

Quando nel 1865 Edward Whymper raggiunse il Cervino, ultimo gigante sopra i quattromila da addomesticare, la scalata aveva già perso qualsiasi intenzione scientifica per diventare gesto sportivo e contagio virale in molte famiglie del posto.

Oggi Chamonix si considera giustamente la capitale mondiale dell’alpinismo e i francesi continuano a dimenticare che fino al 1869 anche quel versante del Bianco era territorio del Regno di Sardegna governato dalla corte di Torino. Ma perché mettere zizzania e ricordare che Balmat, spacciato per eroe nazionale, era un suddito sardo? Francesi e italiani lassù si sfidano ma si vogliono bene.

Il cuore di Tristan Knoertzer batte come quello di Hervè Barmasse, 43 anni, erede di una nota dinastia di guide valdostane. Era un giorno di ottobre quando Marco, suo padre, gli disse: "Vieni con me". Lui aveva ancora in testa la nazionale di sci e in corpo le ossa rotta durante una discesa libera in Val d’Isere. Ma prese zaino e ramponi e alzò gli occhi sulla Gran Becca. Questione di sangue, appunto.

La genetica della montagna gli spianava la via per fare di uno sciatore ferito una guida e uno degli alpinisti sull’Olimpo. Come il papà, il nonno Luigi, il bisnonno Michele. Quattro generazioni aggrappate alla roccia.