“Raffaello. Un Dio mortale“, la copertina del nuovo libro di Vittorio Sgarbi
“Raffaello. Un Dio mortale“, la copertina del nuovo libro di Vittorio Sgarbi
di Vittorio Sgarbi Resta un mistero la morte di Raffaello. O si vuole che resti tale. In mancanza di documenti dobbiamo risalire alla Vita del Vasari. Il racconto inizia in modo molto rassicurante, e tale da sembrar garantire un modello di vita in tutto coerente con l’opera, differenziando il grande artista dall’immagine già stereotipata (e ben prima del genio sregolato e maledetto di Caravaggio) dell’artista originale e irregolare, ed escludendo vizi, peccati ed errori, come nell’arte, così nella vita. Sembra una cifra che vale, con piccoli e ininfluenti nei (non certo definibili come vizi), per l’intera esistenza di Raffaello. Poi, nell’esaltato racconto della multiforme produzione artistica di Raffaello, Vasari si lascia scappare il primo indizio (lo "scuro dei vizi"),...

di Vittorio Sgarbi

Resta un mistero la morte di Raffaello. O si vuole che resti tale. In mancanza di documenti dobbiamo risalire alla Vita del Vasari. Il racconto inizia in modo molto rassicurante, e tale da sembrar garantire un modello di vita in tutto coerente con l’opera, differenziando il grande artista dall’immagine già stereotipata (e ben prima del genio sregolato e maledetto di Caravaggio) dell’artista originale e irregolare, ed escludendo vizi, peccati ed errori, come nell’arte, così nella vita. Sembra una cifra che vale, con piccoli e ininfluenti nei (non certo definibili come vizi), per l’intera esistenza di Raffaello.

Poi, nell’esaltato racconto della multiforme produzione artistica di Raffaello, Vasari si lascia scappare il primo indizio (lo "scuro dei vizi"), che porterà alla tragica conclusione. Così da lui apprendiamo che, diversamente dal compiacente e intrigante cardinal Bibbiena, il grande amico Agostino Chigi è consapevole complice dei vizi di Raffaello, al punto da aiutarlo, come un pusher del sesso, per consentirgli di lavorare meglio.

Vasari ci dà elementi indiziari molto rarefatti, per intendere caratteri e passioni di Raffaello, ma sufficienti per capirne la desolante conclusione. Essa è tanto improvvisa quanto eloquente, e non lascia dubbi di interpretazione: "Il quale Raffaello, attendendo in tanto a’ suoi amori così di nascosto, continuò fuor di modo i piaceri amorosi, onde avvenne ch’una volta fra l’altre disordinò più del solito; perché tornato a casa con una grandissima febbre, fu creduto da’ medici che fosse riscaldato; onde, non confessando egli il disordine che aveva fatto, per poca prudenza, loro gli cavarono sangue; di maniera che indebilito si sentiva mancare, là dove egli aveva bisogno di ristoro".

Due elementi utili sfuggono al resoconto compunto e reticente di Vasari: "Attendendo in tanto ai suoi amori così di nascosto" e "una volta fra l’altre disordinò più del solito". Ecco: quando erano iniziati questi stravizi, questi disordini amorosi, "fuor di modo"? La ritrosia (o l’autocensura) di Vasari si è trasmessa, come una parola d’ordine, a tutta la critica, anche in tempi spregiudicati e irrispettosi dei miti come i nostri.

La morte di Raffaello resta avvolta nel mistero, e pochi hanno osato collegarla a malattie veneree, cui perfino Vasari sembra fare oscuro (e doloroso) riferimento. Ma, a questo punto, ci aiutano le opere. Difficile, infatti, riconoscere e ritrovare quel giovinetto gracile, pallido, spirituale, quale si presenta Raffaello nell’Autoritratto degli Uffizi, non giovanilissimo se accogliamo la cronologia, tra il 1506 e il 1508, proposta nel catalogo della mostra delle Scuderie del Quirinale, quindi a circa venticinque anni, nell’uomo ancor giovane del misterioso capolavoro, ora al Louvre, il Doppio ritratto in cui si rappresenta, per l’ultima volta (dopo la comparsata alla Hitchcock nella Scuola di Atene), Raffaello, insieme a un amico, in intima confidenza. Nel rispettare le più recenti proposte

cronologiche, quest’ultimo autoritratto sarebbe di soli dieci anni posteriore a quello canonico degli Uffizi, in cui rispecchiamo l’immagine ideale di Raffaello, come è descritto psicologicamente nell’apertura della Vita del Vasari, esempio preclaro delle "più rare virtù dell’animo, accompagnate da tanta grazia, studio, bellezza, modestia e ottimi costumi".

È vero che Vasari suggerisce una sorta di Dr. Jekyll e Mr. Hyde quando aggiunge che tutte queste magnifiche e innaturali attitudini sarebbero bastate "a ricoprire ogni vizio quantunque brutto et ogni macchia ancora che grandissima". Dunque Vasari, pur sommamente reticente, sembra volerci offrire la chiave di lettura di una vita peccaminosa e alimentare, con infinita prudenza, il sospetto che il virtuoso Raffaello avesse una doppia identità o una natura misteriosa, una sorta di bipolarismo. Fino a farne un simile di Caravaggio e di Pasolini, con una morte indecorosa.