19 apr 2022

Donatello, l’anima segreta del Rinascimento

A Firenze una mostra "da una volta nella storia" che riunisce 130 opere del grande maestro grazie a prestiti da tutto il mondo

olga mugnaini
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Donatello, Madonna col Bambino (Madonna Pazzi) © Staatliche Museen Berlin

Firenze, 19 aprile 2022 - Donatello, il maestro dei maestri. Un simbolo del Rinascimento. Per consegnare al grande pubblico il valore di questo pilastro della storia dell’arte, la Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze ha scomodato i musei di mezzo mondo, per mettere insieme una mostra che il direttore Arturo Galansino ha definito da "una volta nella storia". Curata da Francesco Caglioti, andrà avanti fino al 31 luglio.

Articolata in due sedi, Palazzo Strozzi e Museo del Bargello, l’esposizione in effetti riunisce 130 opere tra sculture, dipinti e disegni con prestiti unici, alcuni dei quali mai concessi prima, provenienti da quasi sessanta tra i più importanti musei e istituzioni al mondo come il Metropolitan di New York, il Victoria and Albert Museum e la National Gallery di Londra, il Louvre, gli Staatliche Museen di Berlino.

Direttore Galansino, perché questa impresa?

"Per restituire al grande pubblico la modernità e la grandezza, quasi anacronistica, di questo artista immenso, nato nel 1386 e morto nel 1466, che davvero anticipa i tempi, e che possiamo ammirare accanto a Brunelleschi, Masaccio, Mantegna, Giovanni Bellini e a tanti altri, anche delle generazioni successive. Sa qual è la cosa curiosa?"

No, ci dica.

"Donatello è un nome che tutti conoscono e che associano al Rinascimento, è anche una delle quattro Tartarughe Ninja..."

E chi sono le altre “tartarughe“?

"Michelangelo, Leonardo e Raffaello...a parte gli scherzi, identificano il Rinascimento. Però, se degli altri quasi chiunque saprebbe elencare almeno una o due opere, di Donatello no. Ecco, un motivo della mostra è anche questo: restituire al grande pubblico i punti di riferimento di questo grande artista e dei sui capolavori. E far capire, oltretutto, che tutti i più grandi artisti del Rinascimento, a lui contemporanei o delle generazioni successive, si sono basati su Donatello".

A cominciare da Michelangelo, basti pensare alla tecnica dello “stiacciato“.

"Esatto, Michelangelo considerava Donatello come il suo vero maestro. E già le fonti antiche, a partire da Vasari, notano l’ossessione di Michelangelo di cercare il nuovo in uno scultore morto prima della sua nascita".

Questa mostra racconta anche la storia di una grande amicizia, quella fra Donatello e Brunelleschi.

"Sì, i due son stati molto legati, oltre che soci. Probabilmente Donatello se ne va a Padova nel 1443 dopo l’ennesima lite con Brunelleschi. Ma prima di allora i due fanno tante cose insieme, anche viaggi e burle..."

Ad esempio discutono su come rappresentare Cristo in croce.

"La prima sala della mostra presenta proprio i due crocifissi a confronto. La storia racconta che Donatello, dopo aver finito il suo lavoro, lo abbia mostrato con orgoglio all’amico che con spregio commenta che gli sembrava un contadino in croce. Questo perché troppa era la sofferenza e l’umanità di quell’uomo crocifisso. Non pago, Brunelleschi scolpì allora di nascosto un suo crocifisso per sorprendere l’amico e mostrargli come si sarebbe dovuto rappresentare il figlio di Dio, ossia con più dignità e grazia, senza il dramma rappresentato da Donatello. Il risultato sono due immensi capolavori, che mostrano ancora oggi la diversa visione dell’arte dei due artisti. E racconta come la modernità e l’anticonformismo di Donatello fossero anticipatori di nuove sensibilità".

Un’esposizione di due sedi. Anche con un ordine di visita?

"Sì, a Palazzo Strozzi abbiamo un allestimento cronologico che segue il percorso della vita del maestro, mentre le sezioni al Bargello sono costruite intorno alle opere che non si potevano spostare, quali il San Giorgio e il David in bronzo, e alla sua influenza sulle generazioni successive.

Dopo Firenze, la mostra partirà per Londra e Berlino.

"Seppur in forma ridotta e con interpretazioni diverse. Collaborazioni internazionali di questo calibro sono rarissime e molto prestigiose.

Qual è stata l’opera più difficile da avere?

"Sono quasi tutte opere che praticamente non si spostano mai, come il pulpito di Prato o il San Giovanni di Siena o i bronzi dell’Altare del Santo della basilica di Padova. Però il nostro progetto era talmente necessario che tutti hanno aderito con grande entusiasmo, in primis i musei stranieri. Senza timor di esagerare, dico che questa è una mostra che capita una volta nella storia. Alcune cose infatti - come le Porte della Sagrestia di San Lorenzo o il Banchetto di Erode - non si sono mai mosse in seicento anni, da quando Donatello le collocò, e quindi verosimilmente non si risposteranno più".

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