Martedì 23 Luglio 2024
OLGA MUGNAINI
Magazine

"Don Milani artista della parola liberatrice"

Rosy Bindi ricorda il priore di Barbiana e la sua concezione antiborghese: "All’individualismo opponeva la sapienza dei poveri"

"Don Milani artista della parola liberatrice"

"Don Milani artista della parola liberatrice"

Il 27 maggio di cent’anni fa nasceva Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti, diventato per tutti semplicemente don Milani. Un prete famoso perché scomodo, controcorrente, con la colpa di aver sempre avuto un’attenzione rigorosa alla parola del Vangelo. Nel 1954, “confinato“ nella sperduta parrocchia di Barbiana nel Mugello, trovò proprio fra quei poveri ragazzi di montagna il senso e l’amore del riscatto verso gli ultimi, attraverso l’istruzione. Tra le tante celebrazioni in tutta Italia, al Teatro della Pergola di Firenze si è svolta una tre giorni (che si conclude oggi), fra spettacoli, incontri e dibattiti, dal titolo, L’opera d’arte: una mano tesa al nemico perché cambi, una frase tratta dala sua celebre Lettera a una professoressa. Tra gli ospiti, Flavio Insinna, Sergio Castellitto, Tomaso Montanari, Anna Meacci, Fabio Monti. A presentare l’evento è stata Rosy Bindi, presidente del Comitato per il centenario della nascita di don Lorenzo Milani.

Presidente Bindi, come definirebbe lo sguardo di Don Minali?

"Uno sguardo artistico, come rivela il pittore Hans Joachim Staude, insegnate di pittura del giovane Milani nell’estate del ’41. È a lui che Lorenzo offre questa risposta sulla decisione di farsi prete: “È tutta colpa tua. Perché tu mi hai parlato della necessità di cercare sempre l’essenziale, di eliminare i dettagli e di semplificare, di vedere le cose come un’unità dove ogni parte dipende dall’altra. A me non bastava fare tutto questo su un pezzo di carta. Non mi bastava cercare questi rapporti tra i colori. Ho voluto cercarli tra la mia vita e le persone del mondo e ho preso un’altra strada“".

Un artista mancato dunque? "Anzi, un artista assoluto. In questa risposta non c’è solo la radice della sua vocazione, quella sete di assoluto che si fa desiderio di Dio per abbracciare i poveri amati dal Signore. C’è anche un’idea di arte decisiva nello sviluppo della sua pastorale e del suo magistero educante".

Che cos’è per lui l’arte?

"L’arte è ricerca della verità delle cose e conoscenza di ciò che rende l’umano divino. L’arte come espressione di vita vissuta con gli altri. Sono le convinzioni che aveva già da giovane seminarista che parla al suo ex maestro. Ma è evidente che l’allievo ha già tutto del maestro di Calenzano e Barbiana. E poi c’è l’altra strada intrapresa da Lorenzo: quella di farsi apostolo della parola e perciò anche artista delle parole".

Ci spieghi meglio questo concetto.

"Non pensa all’autore che si compiace dell’eleganza del suo linguaggio, e che Milani sferza e ridicolizza ogni volta che ne ha l’occasione. Ma si riferisce a chi trova la parola giusta per mettersi in relazione con gli altri, abbattere i muri, superare le differenze, comunicare la speranza e che fa tutto questo per riscattare la solitudine di chi è tenuto ai margini della società".

L’arte e la parola come strumenti di dialogo e riscatto?

"Sì, l’arte per Milani e i suoi alunni non è attività solitaria del genio, ma è una tecnica che si può imparare. Non a caso Lettera a una professoressa demolisce la nozione di genio come “invenzione borghese” che nasce “da razzismo e pigrizia mescolati insieme“. I ragazzi di Barbiana stanno parlando dell’arte di scrivere ma questa riflessione si può applicare anche alle arti figurative e alla musica ed è del tutto coerente con il rifiuto di don Milani della cultura borghese".

Lui stesso veniva da una famiglia borghese.

"È vero, ma quella cultura di cui era imbevuto ormai gli appariva del tutto estranea e perfino dannosa: “Ci ho messo ventidue anni per uscire dalla classe sociale che scrive e legge l’Espresso e il Mondo. Non devo farmene ricatturare neanche per un giorno solo. Devono snobbarmi, dire che sono ingenuo e demagogo, non onorarmi come uno di loro. Perché di loro non sono”. Sono parole che scriverà nel 1965 all’avvocato Alfonso Gatti che lo difendeva nel processo per apologia di reato".

Qual è il suo antidoto alla cultura borghese?

"All’individualismo della cultura borghese, che produce danni culturali, sociali e politici don Lorenzo contrappone la sapienza dei poveri, la cultura dei montanari e dei contadini che porta “un po’ di vita nell’arido dei vostri libri, scritti da gente che ha letto solo libri”. Concepisce l’arte come tecnica che si può insegnare e imparare, che richiede esercizio paziente, rigore e condivisione. Come la scrittura collettiva ha bisogno che ciascuno dia il proprio contributo a trovare la parola giusta e più efficace. È sintesi tra teste e cuori diversi".

Il titolo della tre giorni alla Pergola è “Mano tesa al nemico perché cambi”.

"L’abbiamo scelta per ricordare che nell’estetica di don Milani c’è anche, e forse in primo luogo, una scelta etica: in un tempo che sembra dominato dalla logica del nemico da abbattere, respingere, isolare, la lezione di don Milani ci appare come una sfida di coraggio e speranza che dobbiamo fare nostra".