Francesco De Gregori
Francesco De Gregori
Dietro la collina del Generale non c’è solo la notte crucca e assassina. C’è gran parte della nostra vita: Francesco De Gregori compie settant’anni e se il suo primo disco è del ’71, il conto è semplice, mezzo secolo delle sue canzoni sono anche mezzo secolo che abbiamo vissuto con lui, al suo fianco, ma che soprattutto lui ha vissuto dentro di noi: spiazzandoci, illuminandoci, consolandoci. "La musica è sentimentale – spiega De Gregori nella lunga intervista con Antonio Gnoli dal titolo Passo d’uomo pubblicata nel 2016 da Laterza –. Una canzone può entrarti nella testa che neppure te lo aspetti. Più che la rappresentazione di uno stato mentale è un’esperienza del cuore". In quel libro De Gregori non fa (quasi) altro che smarcarsi dal suo mito di ”intellettuale”, di cantautore politico: non è un intellettuale, è un artista; non è un cantautore, è un cantante. "Non ho mai provato simpatia per la cosiddetta...

Dietro la collina del Generale non c’è solo la notte crucca e assassina. C’è gran parte della nostra vita: Francesco De Gregori compie settant’anni e se il suo primo disco è del ’71, il conto è semplice, mezzo secolo delle sue canzoni sono anche mezzo secolo che abbiamo vissuto con lui, al suo fianco, ma che soprattutto lui ha vissuto dentro di noi: spiazzandoci, illuminandoci, consolandoci. "La musica è sentimentale – spiega De Gregori nella lunga intervista con Antonio Gnoli dal titolo Passo d’uomo pubblicata nel 2016 da Laterza –. Una canzone può entrarti nella testa che neppure te lo aspetti. Più che la rappresentazione di uno stato mentale è un’esperienza del cuore".

In quel libro De Gregori non fa (quasi) altro che smarcarsi dal suo mito di ”intellettuale”, di cantautore politico: non è un intellettuale, è un artista; non è un cantautore, è un cantante. "Non ho mai provato simpatia per la cosiddetta arte engagé – dice –. Preferisco leggere Simenon, piuttosto che Sartre". E ancora: "Non è che quel testo (La leva calcistica della classe ’68) deve trasmettere dei valori. Ho il terrore che in un’opera d’arte, quale che sia, anche la più mediocre, si nasconda un’intenzione moralistica o edificante… Tu scrivi una canzone o un romanzo, dipingi un quadro o giri un film perché non puoi dire in un altro modo quello che hai da dire… Nell’arte la parola valore mi mette ansia. Non identificherei il punto di vista con il valore".

Tra le canzoni di De Gregori, il punto di vista è quello di Pablo, l’immigrato arrivato in Svizzera a lavorare per "un padrone che non sembrava poi così cattivo" e muore per quel lavoro; il punto di vista è che "legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila, sarà il carisma di Mastro Lindo a organizzare le fila" (Bambini venite parvulos).

Il punto di vista è Alice che guarda i gatti e i gatti guardano nel sole, è che qualcosa che rimane tra le pagine chiare e le pagine scure. Il punto di vista è che non avrò paura se non sarò bella come dici tu. Il punto di vista è che "è la gente che fa la storia, ed è per questo che la storia dà i brividi, perché nessuno la può fermare. La storia siamo noi, questo piatto di grano".

Famiglia borghese non ricca ma colta, nonno e padre bibliotecari, madre insegnante, lui nato il 4 aprile del ’51 a Roma, un fratello, Luigi, più grande di sette anni. Cresce tra i libri del padre e la musica del fratello: ciò che conta – gli viene insegnato – è la ricchezza culturale, non materiale, e la libertà. Padre non comunista: dai partigiani comunisti suo fratello, lo zio omonimo di Francesco, partigiano comandante della Brigata Osoppo di ispirazione cattolica, era stato ucciso a Porzûs.

Lui, Francesco figlio, invece, giovane comunista: "A diciotto-vent’anni, il Pci incarnava la modernità in un’Italia sclerotizzata e immobile". Poi, ultrasessantenne, il medesimo Francesco non si nasconde: "Il mio interesse per la politica si è inabissato: molta sinistra è piagnisteo e buonismo di terza mano; la sua missione storica, la difesa delle categorie sociali deboli, è confusa e frammentaria".

Tra bufalo e locomotiva la differenza salta agli occhi: la locomotiva ha la strada segnata, il bufalo può scartare di lato e cadere. Lui è il bufalo. Libero, anche di dubitare. Nutrito di poesia, film e letteratura, da Topolino ai western a Vittorini e Melville. E di Dylan (che fa 80 anni a maggio). La grandezza di De Gregori cantautore sta lì: è la rivoluzione della letteratura, del cinema e di Dylan quella che De Gregori porta dentro il pop italiano, la volontà di evocare l’insondabile dell’anima e di raccontare il mondo (una cultura, una società), narrare l’enormità di tutto questo soltanto in una semplice, piccola canzone. Tre minuti e via. Con la potenza delle allegorie e la modestia della ballata folk. L’essenziale, il distillato che – estratto dalla profondità, dalle ferite della Storia, dai delitti compiuti sugli ultimi e gli innocenti, dalle nostalgie sottili e inconsolabili degli abbracci spezzati – aspira solo a prendere il volo, leggerissimo.

Domani qualcuno presenterà a Francesco De Gregori i suoi 70 anni, ma nessun contratto con il circo Pace e Bene per girare l’Europa. Lui nel circo non ci è mai entrato, o se ci è entrato – artista nel mercato – lo ha fatto sempre alle sue condizioni. Ribadirà – forse – che alla sua età non si cercano più le risposte esistenziali nella politica. E se si trovano, si trovano "solo sul piano dell’umanità, intendendo con essa l’appartenenza a una comunità. Ponendo l’uomo al centro delle cose: l’uomo che accettando la propria fragilità, scopra la forza della pietas".