di Giovanni Morandi Tutti i vaccini dovrebbero chiamarsi come i ricercatori che li hanno trovati, con un nome e un cognome. Per una forma di riconoscenza. Non avere come nome una sigla di lettere e numeri come fosse la targa di un’auto o il logo di chi li produce o il nome di una sonda spaziale...

di Giovanni

Morandi

Tutti i vaccini dovrebbero chiamarsi come i ricercatori che li hanno trovati, con un nome e un cognome. Per una forma di riconoscenza. Non avere come nome una sigla di lettere e numeri come fosse la targa di un’auto o il logo di chi li produce o il nome di una sonda spaziale tanto per riaprire

una logica da guerra fredda. Ecco dov’è l’intenzione propagandistica nello Sputnik. No, i vaccini devono avere il nome di chi li ha scoperti. Come Sabin dette il nome al suo vaccino per la polio.

Quella mattina era già cominciata la lezione, quando entrarono in classe due in camice bianco che avevano con sé una scatola di zollette di zucchero. Ci dissero che erano venuti a vaccinarci. Ci misero in fila come dovessimo fare la comunione, ognuno di noi prendeva il suo quadretto di zucchero imbevuto in una goccia di vaccino, lo mettevamo in bocca e tornavamo al nostro banco. Che cos’è il Sabin tanti anni dopo quella mattina? Un vaccino buono come una caramella. E chiamarlo con quel nome permise di sapere che l’aveva trovato Albert Sabin, uno scienziato americano, dalla faccia simpatica, paffuto, espressione bonaria, capelli e barba bianca come Babbo Natale. Ancora oggi ricordo quel giorno come tra i più importanti della mia vita per quello che seppe darmi. E quel giorno capii che per vaccinare servono due condizioni: un buon vaccino e semplicità. Sabin per me non è solo uno scienziato ma un uomo a cui voglio bene. Ma come si fa a voler bene ad un vaccino che si chiama Coronavac?