Per le piantagioni di palma da olio spariscono aree sempre più vaste di foresta
Per le piantagioni di palma da olio spariscono aree sempre più vaste di foresta

Molti Paesi, dalla Germania alla Cina, dal Regno Unito all'India, hanno raggiunto un saldo interno positivo per quanto riguarda i loro boschi: piantano più alberi di quanti ne tagliano. Ma a poco serve questa blanda compensazione, se poi per soddisfare i loro consumi i paesi avanzati decentrano il disboscamento in altre regioni del mondo. Leggi: le foreste pluviali, sempre loro.

Uno studio ha calcolato che nei Paesi del G7 (USA, Regno Unito, Francia, Germania, Canada, Giappone e Italia) la fame sempre crescente di materie prime importate dalle zone tropicali si paga con la perdita di quattro alberi a testa, ogni anno. Facciamo ricadere la nostra "impronta di deforestazione" perlopiù fuori dai nostri confini, insomma, e i principali responsabili sono i consumi di legname, carne, olio di palma e soia.

Il collegamento fra catene di approvvigionamento globali e disboscamento è già stato individuato da studi precedenti. Quello di nuovo che hanno fatto i ricercatori del Japanese Research Institute for Humanity and Nature è stato invece ampliare il punto di vista e al tempo stesso andare in profondità: combinando una mole di dati sulla deforestazione nel mondo, i flussi del commercio internazionale e le abitudini dei consumatori fra il 2001 e il 2015, sono riusciti a definire con precisione dove si tagliano le foreste, per coltivare cosa e per soddisfare chi.

Ad esempio, il consumo di cioccolato (e quindi di cacao) nel Regno Unito e in Germania impatta sulle foreste del Ghana e della Costa d'Avorio, quello di frutta e noci negli Stati Uniti sulle foreste del Guatemala, quello di caffè in Italia, Germania e Stati Uniti sulle foreste del Vietnam. E ancora, si disbosca in Tanzania per rispondere alla domanda di semi di sesamo del Giappone, nel Laos per soddisfare la richiesta di gomma della Cina, in Brasile per assecondare la domanda di soia e manzo dei paesi europei e degli Stati Uniti, in Vietnam per ottenere il legname destinato a Corea del Sud, Cina e Giappone.

La ricerca porta alla luce un pericoloso controsenso: si stima che il ritmo della deforestazione globale stia rallentando, ma al tempo stesso la richiesta di prodotti coltivati a discapito delle foreste tropicali è in costante aumento, specialmente nei paesi più ricchi. Le due cose non possono coesistere: "Ottenere un saldo positivo nelle foreste del proprio paese, ma espandere l'impronta di deforestazione all'estero, potrebbe fare più danni che altro per la mitigazione dei cambiamenti climatici e la conservazione della biodiversità", ha detto alla BBC l'autore principale, Nguyen Tien Hoang.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature Ecology and Evolution.