Matteo Cibic, quali sono i suoi propositi per il 2020?

«Diminuire la mia carbon footprint da 27 tonnellate a 5, che è la media italiana, e tra quattro anni voglio arrivare a produrne solo 2. È successo perché prendo tanti aerei. Lo scorso anno con tre voli intercontinentali e uno europeo ho raggiunto 27 tonnellate. Negli anni precedenti mi era andata anche peggio, ero a 70-80 tonnellate».

Pensavamo che i suoi propositi fossero riferiti al mondo del design. Invece riguardano l’ambiente...

«L’ambiente fa parte del progetto. La mia missione quest’anno è far calcolare a più persone possibili il proprio impatto ambientale perché credo che oggi i designer debbano riprogettare un nuovo stile di vita. La gente deve essere consapevole dei propri consumi altrimenti le leggi sull’ambiente non vengono capite, vedi i gilet gialli in Francia o le proteste di piazza in Cile per l’aumento della benzina. Da qui a due anni per forza di cose ci sarà una carbon tax, il prezzo della benzina, della plastica e di moltissimi prodotti e servizi, dovrà triplicare».

Costruire la responsabilità delle scelte.

«Se la gente non sa quanto consuma, quanto è dannoso il proprio stile di vita e quanto costa compensare realmente le emissioni, nessuno farà mai niente e sarà impossibile governare. Altra cosa interessante è che si pensa sempre di consumare per poi andare a compensare. Invece non è così, la compensazione della CO2 non è affatto economica».

Si riferisce ai voli aerei?

«Certo. Quando compriamo un volo aereo, magari una tratta europea, ci viene proposto di compensare l’emissione di anidride carbonica con cinque euro. Solo? Ne servono almeno 250. Un volo emette una tonnellata di CO2 a persona e una tonnellata si compensa piantando un albero che vive per 40 anni. O dieci alberi per 4 anni. Capisce? Ma devi avere terra a sufficienza per piantare gli alberi e la sicurezza che rimangano lì per 40 anni ma non abbiamo abbastanza terra nel mondo. Dobbiamo sperare che arrivi presto l’Hyperloop di Elon Musk».

Il proprietario della Tesla?

«Sì. Il suo progetto è collegare le città del mondo con dei tubi depressurizzati: sparando le persone da una parte all’altra, tipo posta pneumatica, si potrà andare da Milano a Parigi in 48 minuti viaggiando a 1.200 chilometri all’ora. Ha messo in palio diversi milioni di dollari per finanziare chiunque abbia un’idea utile».

E lei partecipa?

«No, quella è roba da ingegneri oculati e pazienti nel cercare formule e algoritmi. Io sono un designer fantasioso (ride)».

Ha definito il suo lavoro Luxury Fun. Qual è il suo concetto di lusso?

«Un oggetto di lusso è qualcosa che dura nel tempo e non perde ma anzi aumenta il suo valore. Pertanto la tecnologia elettronica, non può definirsi lusso perché a distanza di pochi anni perde valore, diventa obsoleta e non utilizzabile. È buffo come oggi sia diventato lusso una bistecca senza ormoni, una pera senza additivi, un tavolo in legno massello».

Cose sane costruite per durare, come una volta...

«Sì, che è poi la forza del made in Italy, l’unica cosa per cui siamo concorrenziali. Nell’arco di dieci anni sono cambiate radicalmente le relazioni, se pensiamo a Tinder, a come ha cambiato il modo di incontrarsi tra persone: oggi tutto è velocizzato con un click o uno swipe. Non abbiamo sicurezze che durino più di una giornata. Lo sa che l’utilizzo medio di una camicia è di sole dieci volte? Viviamo di oggetti ma nessuno di questi ha valore. Ci relazioniamo con moltissime persone ma molte di queste, per noi, non hanno valore».

Il suo oggetto senza tempo?

«Per me gli oggetti non devono avere solo una funzione. Troviamo in tutti i musei del mondo oggetti decorativi che non avevano una funzione ma destano meraviglia o storytelling. La memoria legata agli oggetti durerà per centinaia d’anni e questo è ciò che faccio, ad esempio con Domsai, omino porta cactus da scrivania, o VasoNaso. Le foto nei nostri cellulari tra pochi anni non sapremo più leggerle e per forza di cose le perderemo».