Francesco Guccini
Francesco Guccini

Bologna, 14 ottobre 2016 - GUCCINI, se l’aspettava che dessero il Nobel per la letteratura a un suo collega, Bob Dylan?

«Certo che no. Questo significa un riconoscimento di grande importanza alla canzone come un fenomeno culturale. Lui non è certo un cantante pop qualsiasi». Il Maestrone, dall’eremo piovoso di Pavana, si stupisce ma non troppo del fatto che a Stoccolma abbiano deciso di incoronare il menestrello pacifista per eccellenza.

Si può dire che questo sia un Nobel inconsueto, un po’ come quello che fu assegnato a Dario Fo nel ‘97? E non è strano che tutto ciò sia accaduto proprio nel giorno in cui il Grande Giullare se ne è andato?

«Mi vien da dire che questi Nobel sono riconoscimenti a generi cosiddetti paralleli. A fratelli minori, forse, che hanno però una forte valenza popolare e culturale».

Lei conosceva Fo?

«Molto bene, ci siamo incontrati un sacco di volte. Lo andai a trovare anche alla Palazzina Liberty occupata di Milano tanti anni fa. Ah, abbiamo anche girato a Bologna un film insieme, ‘Musica per vecchi animali’ di Stefano Benni».

E com’era il rapporto con lui?
«Beh, lui era Fo. Io su quel set facevo un vecchio matto e strano. Mi sono rivisto: era una buona interpretazione, meglio di altre cose che avrei fatto poi».

Torniamo a Dylan. Quando l’ha sentito per la prima volta?

«Me ne aveva parlato un autostoppista americano che avevo caricato per caso in macchina. Il ragazzo aveva con sé un vecchio registratore Geloso e mi cominciò a far ascoltare Jacques Brel e Georges Brassens. Poi sbucò un pezzo americano e io chiesi chi fosse. ‘Dylan’, mi rispose lui. E io: ‘Dylan Thomas, il poeta?’. Si mise a ridere. Poi poco tempo dopo quelli dell’Equipe 84 mi portarono un disco, ‘Freewheelin’, e mi piacque subito».

Lo ha continuato a seguire nel tempo?

«Solo all’inizio, trovavo i primi dischi davvero rivoluzionari. Mi piacevano i testi, i giri degli accordi e quell’ondata di folk americano in generale. Poi ho smesso».
 

Come mai?

«Perché con il passare degli anni non ascolto quasi più musica. E perché quel tempo resta unico». Dicono che la sua ‘Auschwitz’ deve qualcosa a ‘Blowin in the wind’.

È vero?

«Sì, penso proprio di sì, ma io poi sono andato avanti con le mie gambe. Avevo tradotto anche ‘Suzanne’ di Leonard Cohen ma Dylan era più vivace».

Nella motivazione del Nobel si dice che lui «ha creato una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione canora americana».

Che ne dice?

«La musica di Dylan si riallaccia alla tradizione i Woody Guthrie o Hank Williams. Pezzi che parlano di persone, che affondano nel sociale. Quelle di Bob non sono mai state canzonette ma sensazioni, idee, segni del tempo».

Senta, Guccini, lei parla come se il mestiere di cantautore fosse al tramonto. Perché?

«È difficile inserirsi in questo mestiere dopo episodi tanto alti. Faccio un esempio: immediatamente dopo il Dolce Stil Nove non c’è stata una poesia di quel livello. È stato necessario aspettare che maturassero le cose».

Si può dire che sia De Gregori l’erede italiano di Dylan?

«Mah, lui ha tradotto con grande rispetto alcuni brani e ci ha fatto un disco ma in realtà credo che tutti noi almeno all’inizio siamo stati figli suoi».

Ma qual è la forza di questo artista?

«L’impatto sull’ascoltatore. Quel tipo di canzone e di interpretazione lo si sente dentro. Ha dettato il clima e l’orientamento di un periodo, è stato un vero spartiacque. Insomma, chiunque ascoltando Dylan capisce che non siamo dalle parti del disco per l’estate».

Certo è che quest’anno i Nobel arrivano spesso a personaggi imprevedibili...

«E in effetti spero che prima o poi si accorgano anche di me».

E che cosa lo impedisce?

«Beh, se vogliamo scherzarci sopra diciamo la lingua. L’inglese è diffusissimo, mentre la canzone italiana vive in un ambito ristretto. Ecco cosa fa la differenza fra me e Dylan».