di Franco Cardini Dante. Onorate l’Altissimo Poeta. Tra Ottocento romantico e Novecento retorico, carducciano, nazionalista e fascista, una divinità bronzea, indiscussa. Il Padre della Patria, colui che "mostrò ciò che potea la lingua nostra". Il suo profilo aguzzo e grifagno dappertutto: nelle statue, sulle monete, sui francobolli. La sua effigie illanguidita alla vista di Beatrice nei quadri preraffaelliti, il suo sguardo aquilino e la sua fronte aggrottata del monumento di Piazza della Stazione a Trento, là dove ammonisce fieramente sfidandolo il Secolare Nemico della Patria che potrebbe scendere dalle montagne tirolesi. Ma attenzione. Una vecchia legge fisica recita che più una cosa è dura, affilata, più è fragile. I miti, specie quelli di cui si è abusato, volano in pezzi. Il Dante solenne e paludato, quello da Maestrine dalla Penna Rossa e da Collegio Pierpaolo Pierpaoli,...

di Franco

Cardini

Dante. Onorate l’Altissimo Poeta. Tra Ottocento romantico e Novecento retorico, carducciano, nazionalista e fascista, una divinità bronzea, indiscussa. Il Padre della Patria, colui che "mostrò ciò che potea la lingua nostra". Il suo profilo aguzzo e grifagno dappertutto: nelle statue, sulle monete, sui francobolli. La sua effigie illanguidita alla vista di Beatrice nei quadri preraffaelliti, il suo sguardo aquilino e la sua fronte aggrottata del monumento di Piazza della Stazione a Trento, là dove ammonisce fieramente sfidandolo il Secolare Nemico della Patria che potrebbe scendere dalle montagne tirolesi.

Ma attenzione. Una vecchia legge fisica recita che più una cosa è dura, affilata, più è fragile. I miti, specie quelli di cui si è abusato, volano in pezzi. Il Dante solenne e paludato, quello da Maestrine dalla Penna Rossa e da Collegio Pierpaolo Pierpaoli, non regge più. Il Dante in sedicesimo con i suoi caratteri microscopici custodito nella tasca dell’uniforme dai volontari della prima guerra mondiale alla Giosuè Borsi o alla Vittorio Locchi non regge più, è polveroso come il suo busto che troneggiava nel “covo” mussoliniano di Piazza San Sepolcro nel ’19. È roba vecchia.

Anche venerabile? Certo che sì. Personalmente auguro il migliore successo alle Lecturae Dantis nella pseudoquattrocentesca Casa di Dante Romana, dietro al monumento a Trilussa, o nel neogotico palazzetto dell’Arte della Lana accanto a Orsammichele, a Firenze. Sono cose che fanno parte della tradizione, che piacciono a molti, che hanno un loro venerabile, dignitoso decoro. Ma bisogna escogitare altro: e le vecchie formule, tipo “portare Dante in piazza”, forse non servono più. Deportare i ragazzi delle scuole in freddi saloni a giocar con i telefonini senza audio mentre il Luminare Accademico declama il canto di Ulisse non serve a granché.

E poi, occhio al disincanto storico. Al cospetto del Dante di Trento, sorge spontaneo il replicare che quel personaggio è il medesimo che auspicava l’arrivo in armi d’un imperatore germanico a sistemare le cose nel gran bordello italico. Nel 1966, al tempo dell’alluvione di Firenze, ci faceva sbellicar dal ridere una canzone di Riccardo Marasco che a proposito del monumento dantesco in Santa Croce, alto sull’acqua melmosa dell’Arno in piena, ammoniva rancoroso: "Oh, fiorentini! M’avete esiliato: pigliate la merda che Dio v’ha mandato!". E una ventina di anni fa una risata liberatoria seppellì un noiosissimo giovane docente di scuola media che, in vena di prendersi sul serio, mostrava ai suoi ragazzini dodicenni la slide del ritratto giottesco di Dante e chiedeva perentorio: "Sapete chi è questo?"; per sentirsi rispondere da un’angelica creaturina bionda e con gli occhi azzurri: "La Befana!".

Da allora, la situazione delle patrie fortune e delle patrie lettere è ulteriormente precipitata. E allora in quest’anno dantesco, tra le molte iniziative e celebrazioni, quali saranno le più idonee ad avvicinare il Divino Poeta alle giovani generazioni?

Eppure, vale la pena di tentare. Avete presente il successo di West Side Story? Una buona équipe di danza, coreografie appropriate, musica eccellente, riuscirono a suo tempo a far trionfare non solo – come ci si affrettò a tromboneggiare – “l’universalità del genio di Shakespeare” che riusciva ad ammaliare anche tra gli Sharks e i Jets, le bande giovanili della New York del Novecento, ma soprattutto il principio che non Shakespeare era vecchio, bensì

era decrepito il continuar a rappresentarlo con i costumi falsoseicenteschi dell’Ottocento.

Dantistica, dantologia e dantomania possono essere roba da Matusa. Ma Dante no, perdinci! Polverizziamolo e ricomponiamolo nei computers, voltiamolo e rivoltiamolo alla luce dell’informatica e della telematica, proiettiamolo tra le stelle oppure iniettiamocelo nelle arterie, facciamolo combattere nei Lager, nei Gulag, negli Slums, trasformiamolo in cult e in war games, ripetiamo ai ragazzi che s’impegnano in forme sempre più ardue di volontariato e di difesa dell’ambiente che Dante è vivo e marcia insieme a noi, smascheriamo le lobbies e le corporations per mostrare, sotto lo scintillìo dei loro grattacieli, il volto brutale e bestiale di Lucifero capace solo di masticare e di piangere, immagine impressionante dell’ultimo stadio della globalizzazione. Fiondiamolo a Las Vegas, catapultiamolo a Shanghai, paracadutiamolo a Hong Kong. Dante l’Antico, trionfatore sul vecchiume postmoderno.

(3. Fine)