di Elvio Giudici Il celeberrimo incipit del film Senso di Luchino Visconti, col lancio di volantini tricolori dall’alto del loggione sugli ufficiali austriaci venuti ad assistere al verdiano Trovatore nella Fenice di Venezia in pieno clima risorgimentale, fotografa benissimo quella che era la regola nei teatri d’opera ottocenteschi: essere il palcoscenico della vita sociale cittadina, coi palchi (in platea allora andavano servi e militari, in piedi) vissuti quale estensione naturale dei salotti altoborghesi e nobiliari. Alla Scala, retta come in tutti gli altri teatri da impresari di varia estrazione e capacità, s’andava quindi, oltre che occasionalmente per assistere a un’opera o quanto meno a parte di essa, per farsi guardare, osservare gli altri, cenare, e nel caso fare anche qualcos’altro, dato che ogni palco era provvisto di...

di Elvio Giudici

Il celeberrimo incipit del film Senso di Luchino Visconti, col lancio di volantini tricolori dall’alto del loggione sugli ufficiali austriaci venuti ad assistere al verdiano Trovatore nella Fenice di Venezia in pieno clima risorgimentale, fotografa benissimo quella che era la regola nei teatri d’opera ottocenteschi: essere il palcoscenico della vita sociale cittadina, coi palchi (in platea allora andavano servi e militari, in piedi) vissuti quale estensione naturale dei salotti altoborghesi e nobiliari.

Alla Scala, retta come in tutti gli altri teatri da impresari di varia estrazione e capacità, s’andava quindi, oltre che occasionalmente per assistere a un’opera o quanto meno a parte di essa, per farsi guardare, osservare gli altri, cenare, e nel caso fare anche qualcos’altro, dato che ogni palco era provvisto di opportuna tenda: più seriamente, le reazioni a certuni lavori – con le relative scelte dei soggetti – riflettono la sensibilità artistica e sociale, coi relativi loro mutamenti.

Le cose cambiano radicalmente con l’arrivo di Arturo Toscanini quale direttore musicale, nel 1920: l’orchestra si abbassa nella “fossa”, le luci si spengono, in platea è vietato indossare cappelli, l’orchestra diventa stabile e si costituisce l’Ente Autonomo, escludendo così ogni residuo di speculazione impresariale nonché i privilegi dei proprietari di palco. Ed è sempre Toscanini, di ritorno dal volontario esilio negli Stati Uniti sotto il fascismo, a dirigere nel 1946 il concerto di apertura della Scala ricostruita dopo la distruzione causata dal bombardamento del ‘43: una Scala rigurgitante di gente come non mai, e con una piazza gremita ad ascoltare dagli altoparlanti.

Sotto la sovrintendenza di Antonio Ghiringhelli, gli anni Cinquanta e Sessanta della Scala segnano tappe importanti nella storia interpretativa del teatro musicale italiano. Comincia a imporsi la figura del regista, con Giorgio Strehler, Luchino Visconti, Giorgio De Lullo, Franco Enriquez. Arrivano sempre più numerosi i grandi direttori stranieri, a cominciare da Wilhelm Furtwängler (col celeberrimo suo Anello del Nibelungo) e Herbert von Karajan, divenuto ben presto un habituè.

Il repertorio prova ad allargarsi al Novecento post-verista, con resistenze anche rabbiose, come la famosa prima scaligera di Wozzeck, figuraccia pessima del teatro, col direttore Dimitri Mitropoulos costretto a interrompere la recita pregando il pubblico di pazientare fino alla fine per i dissensi; o come la recita del Console di Giancarlo Menotti, punteggiata da bordate infernali di fischi. Nasce e cresce a dismisura il culto della Diva, coi relativi scherani dell’una e dell’altra l’un contro l’altro armati, apice massimo la rivalità Callas-Tebaldi: e in parallelo, la serata inaugurale della stagione (che dal 1951 si sposta dal 26 dicembre al 7 dicembre, festa milanese di Sant’Ambrogio) diventa passerella sempre più fastosa per la borghesia meneghina degli anni del boom, conoscendo punte di autentica sfacciataggine come il famoso Poliuto del 1960 con Callas e Corelli, presente tutto il jet set più pacchiano attorno ad Aristotele Onassis.

Gli anni Settanta sono all’insegna d’una grandissima stagione artistica da una parte, sotto la sovrintendenza di Paolo Grassi e la direzione musicale di Claudio Abbado, e dall’altra da turbolenze sempre più drammatiche degli anni di piombo, principiate con la famosa serata inaugurale del 1968 e relativo lancio di uova in direzione delle cosiddette “dame impellicciate”, da parte di Mario Capanna e aderenti al Movimento Studentesco (l’intento era derisorio, ma figuriamoci: le sciure milanesi, abituate a ben altro, inalberavano le macchie d’unto come altrettante medaglie al valore).

Accanto alle contestazioni politico-sociali che da allora restarono una costante delle inaugurazioni scaligere, quelle artistiche: celebri il Don Carlo del 1978 coi colossali carri di Luca Ronconi a simboleggiare lo scorrere della Storia tra un diluvio di fischi e grida di “roncoglionate”, o la Traviata del 2013 con Alfredo cui il regista Dmitri Tcherniakov chiedeva di tagliare nervosamente delle zucchine durante la reprimenda del padre, in mezzo a un parapiglia. Quest’anno, niente parapiglia di alcun genere: la Scala è vuota.