«Ieri pomeriggio cercando di colpire con il mio piede così, prensile, il sinistro, una palla di ottimo cuoio, fallisco in pieno l’impatto e precipito a terra, senza appoggio di mani. Quanto sangue ho versato amore mio". Grande atleta, ottimo sportivo. Ma pessimo calciatore. Il football non era per D’Annunzio, almeno quello giocato. La lettera a Barbarella Leoni, fresca conquista, racconta la sua disavventura sulla spiaggia di Francavilla. È l’estate del 1887 quando il Vate – all’epoca aveva 24 anni – è vittima di un "incidente infido e idiota". Lui e i sodali del Cenacolo michettiano si cimentano in riva al mare con questo oggetto mai visto, comprato a Londra dal musicista Francesco Paolo Tosti. La sfera di cuoio pesa quasi un chilo, circonferenza 70 centimetri, una camera d’aria all’interno gonfiata con un budellino. Made in Birmingham, è cucita a mano con stringhe esterne. Costa molto: un quarto del salario mensile medio di un...

«Ieri pomeriggio cercando di colpire con il mio piede così, prensile, il sinistro, una palla di ottimo cuoio, fallisco in pieno l’impatto e precipito a terra, senza appoggio di mani. Quanto sangue ho versato amore mio".

Grande atleta, ottimo sportivo. Ma pessimo calciatore. Il football non era per D’Annunzio, almeno quello giocato. La lettera a Barbarella Leoni, fresca conquista, racconta la sua disavventura sulla spiaggia di Francavilla. È l’estate del 1887 quando il Vate – all’epoca aveva 24 anni – è vittima di un "incidente infido e idiota". Lui e i sodali del Cenacolo michettiano si cimentano in riva al mare con questo oggetto mai visto, comprato a Londra dal musicista Francesco Paolo Tosti. La sfera di cuoio pesa quasi un chilo, circonferenza 70 centimetri, una camera d’aria all’interno gonfiata con un budellino. Made in Birmingham, è cucita a mano con stringhe esterne. Costa molto: un quarto del salario mensile medio di un operaio.
Passano 33 anni e D’Annunzio si trova fra le mani un altro pallone. Non più l’Adriatico d’Abruzzo: lo scenario è l’istriana Fiume, perduta dall’Italia al tavolo degli accordi successivi alla Grande Guerra. Un affronto all’orgoglio nazionale che il Poeta soldato non poteva tollerare.

Disobbedisco, era il suo motto. Così il 12 settembre 1919, con un manipolo di 2500 fedelissimi, aveva assunto il comando della città contesa stabilendo una Reggenza molto particolare. Fu l’esperimento di una comunità modernista, evoluta e libertaria. Punti salienti: governo del popolo, nessuna differenza di sesso, stirpe, classe e religione, il lavoro prima di tutto. Tutto scritto in una Costituzione esemplare: la Carta del Carnaro, 113 pagine vergate dal Vate (che rivide e corresse il testo del sindacalista Alceste De Ambris) mostrate in questi giorni a Pescara nell’edizione originale.

Spicca un articolo: "Ai cittadini di ambo i sessi va garantita l’educazione corporea in palestre aperte e fornite". Lo sport come elemento chiave della società. Del resto chi più di D’Annunzio? "Non sono un intellettuale in papalina e pantofole, i muscoli del mio braccio sono induriti dalla sbarra fissa e dalle parallele", scriveva di sé. Cavallerizzo e nuotatore, si allenava ogni giorno con torsioni, piegamenti e punching ball. E nella pagella del Collegio Cicognini a Prato si riporta che "l’alunno è degno di lode nella scuola di scherma e in ginnastica". Non solo: a fine 1921 il Vate fu eletto sportivo dell’anno dalla Gazzetta. Rimaneva il neo del calcio da rimuovere. Perché non organizzare una partita di pallone a Fiume?

La sfida si svolse al campo sportivo di Cantrida, 7 febbraio 1920. Da una parte la squadra locale di civili semiprofessionisti e dilettanti. Dall’altra una compagine di arditi, fanti, bersaglieri, aviatori e marinai, completata da futuristi e avventurieri. Maglia verde con stella nera i primi; maglia azzurra, come quella della Nazionale ufficiale, per i legionari. Arbitrava il tenente Maspero e un gol di Tomag risolse il match a favore dei fiumani. Ma un’idea geniale dell’Imaginifico fece storia. Sulla maglia dei rivoluzionari venne cucito, per la prima volta, un triangolino bianco rosso e verde con il vertice rovesciato: "scudetto tricolore di foggia Sannitico Antica", secondo la definizione araldica.
I giornali rilanciarono la foto della formazione priva dello scudocrociato bianco e rosso dei Savoia sulla divisa: l’ennesimo schiaffo del Comandante all’ordine costituito.
La novità piacque. Lo scudetto venne adottato dalla Federcalcio nel ‘24 e attribuito alla squadra campione d’Italia: il Genoa per primo, poi il Bologna nel ‘25 e la Juventus nel ‘26 - con l’inserimento però di stemma sabaudo e fascio littorio.
E la Nazionale? Mussolini disse no al distintivo tricolore. E ai Mondiali di Francia nel ‘38 ripudiò l’azzurro per un maglia nera con il fascio dorato: la nostra squadra vinse tra fischi del pubblico parigino e degli esuli antifascisti. Il tempo è galantuomo.

Finita la guerra, il calcio si fece strada fra le macerie. La Nazionale giocò la prima partita post bellica con una tenuta surreale senza mostrine: il re era scappato, il regime caduto.
Ed ecco riemergere dal passato quello "scudetto di foggia sannitica" creato da D’Annunzio a Fiume. Cucito sulla divisa dei giocatori, accompagnò il 5-2 dell’Italia sulla Svizzera a Firenze il 27 ottobre 1947. "Per me la maglia azzurra con il tricolore sul petto è la più bella del mondo. Era così da bambino e sempre così sarà", ha spiegato alle celebrazioni pescaresi il commissario tecnico Roberto Mancini. E pensare che dopo i due denti scheggiati sulla spiaggia per colpa del pallone, D’annunzio aveva scritto a Barbara: "Credimi, il calcio ha vita breve. È smania stagionale". L’unico errore dell’uomo che inventava il futuro.