di Lorenzo Guadagnucci "Il comico – diceva Friedrich Dürrenmatt – è una trappola tesa allo spettatore per indurlo a prestare occhio e orecchio a cose che normalmente non vuole vedere né sentire". Lo scrittore svizzero, celebrato in patria nel centenario della nascita (5 gennaio 1921), ha teso infinite trappole con le sue commedie e i suoi romanzi, e milioni di lettori in mezzo mondo sono finiti felicemente nelle sue raffinate grinfie. Figlio della pittura espressionista – sì della pittura, diceva che i suoi pensieri nascevano dalle sue immagini, cioè dai quadri che dipingeva, e non viceversa – accostato ora a Brecht ora a Kafka, Dürrenmatt è riuscito nel miracolo di affrontare tutti i maggiori temi etici, storici e politici del suo tempo col registro dell’ironia e del grottesco. Con un’acuminata leggerezza. Divertiva, e ancora diverte, ché non è mai passato di...

di Lorenzo Guadagnucci

"Il comico – diceva Friedrich Dürrenmatt – è una trappola tesa allo spettatore per indurlo a prestare occhio e orecchio a cose che normalmente non vuole vedere né sentire". Lo scrittore svizzero, celebrato in patria nel centenario della nascita (5 gennaio 1921), ha teso infinite trappole con le sue commedie e i suoi romanzi, e milioni di lettori in mezzo mondo sono finiti felicemente nelle sue raffinate grinfie.

Figlio della pittura espressionista – sì della pittura, diceva che i suoi pensieri nascevano dalle sue immagini, cioè dai quadri che dipingeva, e non viceversa – accostato ora a Brecht ora a Kafka, Dürrenmatt è riuscito nel miracolo di affrontare tutti i maggiori temi etici, storici e politici del suo tempo col registro dell’ironia e del grottesco. Con un’acuminata leggerezza. Divertiva, e ancora diverte, ché non è mai passato di moda, e intanto instilla dubbi, stimola riflessioni, spinge al di là dell’ovvio.

In Italia, per dire, Dürrenmatt è arrivato sì con la sua commedia più famosa, La visita della vecchia signora, nel tempio del teatro di cultura, il Piccolo diretto da Giorgio Strehler (correva l’anno 1960), ma i più lo ricordano attraverso Paolo Stoppa e Alberto Sordi, interpreti di sceneggiati e film tratti dai suoi lavori. Erano racconti “polizieschi“, se vogliamo chiamare così quei piccoli capolavori in cui si intrecciano il giallo e il grottesco, il colpo di scena e i dubbi sulla vita, sull’etica, sulla verità.

Dürrenmatt, che era un autentico anticonformista, si arrabbiava come uno scrittore qualunque se lo definivano un “giallista“: "Io non scrivo polizieschi – diceva – io scrivo filosofia". Ed era vero. La filosofia l’aveva anche studiata all’Università di Zurigo, e ogni sua opera affronta questioni cruciali: esiste sul serio la giustizia? Siamo davvero artefici del nostro destino? O tutto, forse, è determinato dal caso? E tuttavia Dürrenmatt era anche un giallista: il suo moribondo e tormentato commissario Bärlach conduce indagini avvincenti – le regole del genere sono rispettate in modo impeccabile – e intanto ragiona, scopre lati nascosti dell’umano e infine arriva a una soluzione, quasi sempre dettata dal caso.

Perché è proprio il caso, dice Dürrenmatt, a guidare le vicende umane. E la giustizia non è mai davvero afferrabile. Ne Il giudice e il suo boia Bärlach e l’assassino Gastmann si sfidano sul piano della morale più che sui fatti. E il confine fra bene e male è sempre incerto. Gastmann ha cominciato a uccidere senza un vero motivo, se non una scommessa fatta proprio con Bärlach: realizzare il delitto perfetto, razionalmente inspiegabile, senza movente. Anche il commissario, dunque, ha le sue colpe. Spesso, nei vari romanzi, chi agisce per il bene usa metodi immorali.

Non si capisce Dürrenmatt senza conoscere la sua storia. Figlio di un pastore protestante, nato in un villaggio di campagna e immerso in un mondo di storie fantastiche e antiche leggende, vive in gioventù in una Svizzera neutrale e però minacciata dalla Germania nazista. L’Europa è in fiamme e nella repubblica alpina si vive una parodia della guerra: oscuramenti, rifugi, maschere antigas, tutto senza bombardamenti, senza guerra guerreggiata, come in una grande messa in scena. Ecco il suo teatro, preso dall’assurdo e dai paradossi della storia. È in questa chiave che tratta della minaccia nucleare che tiene in pace il mondo, della società dei consumi, della guerra fredda e della pretesa, per lui insensata, dei due contendenti di modellare il mondo a proprio piacimento.

Dürrenmatt è un autore straripante, pieno di fantasia. Irriverete. Attualissmo. Tocca tutti i tasti dolenti del ’900 e parla a ciascuno di noi. Nella Visita gli abitanti di una decaduta città prima respingono con sdegno la folle proposta di una ex concittadina, espulsa in gioventù e riapparsa da vecchia miliardaria, la quale offre un capitale alla città in cambio della testa del suo antico aguzzino. Poi qualcosa cambia: la promessa dei soldi spinge a spendere e a indebitarsi, finché l’uomo viene davvero ucciso dalla collettività. E nessuno si sente davvero responsabile. La giustizia inesistente, il potere dei soldi, la complicità col male, la difficile ricerca di un senso nella vita. Sono i temi di Dürrenmatt, trattati con leggerezza, ironia, divertendo. La letteratura popolare può parlare eccome di filosofia: è la lezione di un maestro del ’900.