Lunedì 15 Luglio 2024

Curare con il cuore. L’ospedale più grande della ’Perla d’Africa’

In Uganda, la Fondazione Corti sostiene il St. Mary’s Hospital Lacor, offrendo cure e formazione medica per combattere la povertà e le disuguaglianze.

Curare con il cuore. L’ospedale più grande della ’Perla d’Africa’

Curare con il cuore. L’ospedale più grande della ’Perla d’Africa’

L’Uganda non ha sbocchi sul mare ed è attraversata dall’Equatore. Soprannominato “Perla d’Africa” per le sue bellezze naturali e la biodiversità che custodisce, il Paese, nonostante la crescita dell’economia negli ultimi anni, è ancora afflitto da forti disparità sociali forti e una estrema povertà. In questo contesto ’Sull’orlo del mondo’, per dirla con le parole del cantautore milanese Niccolò Agliardi, opera la Fondazione Corti, una realtà nata nel 1993 a Milano su iniziativa di Piero Corti e Lucille Teasdale per sostenere il St. Mary’s Hospital Lacor di Gulu (ospedale non profit fondato nel 1959 dai missionari comboniani nel Nord dell’Uganda).

I coniugi, medici a cui fu affidata la gestione dell’ospedale fin dal 1961, dedicarono la propria vita a far crescere il Lacor e formare il personale ugandese che li avrebbe sostituiti. Sin dal primo momento, l’obiettivo è stato offrire le migliori cure al maggior numero di persone e al minor costo possibile. Per realizzarlo è stato essenziale il contributo della Fondazione Corti, oggi presieduta dalla figlia della coppia, Dominique Atim Corti.

Grazie alla generosità dei donatori il Lacor continua a essere una concreta speranza di guarigione per milioni di persone. "Di passi in Africa – ha raccontato la presidente – ne erano stati mossi tanti molto prima della nascita della Fondazione. A distanza di circa 30 anni dal primo insediamento di Piero e Lucille al Lacor Hospital, ovvero dopo una vita intera di lavoro in Uganda, si è palesata la necessità di individuare un futuro possibile per una realtà ormai divenuta punto di riferimento per la popolazione. Iniziavano a essere anziani, Lucille era malata (si era infettata con l’HIV in sala operatoria) e la più grande preoccupazione che avevano era che l’ospedale potesse continuare a esistere, lavorare e formare personale anche dopo di loro.

Le basi in Uganda erano state messe da tempo: sin dal principio, la loro missione era stata quella di assumere personale locale per dare vita a un vero ospedale africano. Il fatto è che i professionisti del posto non erano sufficienti. Fu così che nacque la prima scuola per infermieri. L’offerta formativa si ampliò moltissimo negli anni, garantendo l’accesso alla professione a molte e molti. A mancare, però, era anche un soggetto dedicato alla raccolta fondi per poter sostenere le crescenti attività dell’ospedale in un Paese a scarse risorse economiche. Una scintilla da cui si accese il fuoco della Fondazione".

Che non è una delle tradizionali organizzazioni occidentali che si costituiscono nei Paesi del Nord del mondo e poi vanno a ’fare’ in Africa, generalmente riproducendo strutture e priorità come vengono percepite in Occidente, impiegando spesso gli africani in ruoli subordinati. Invece forma 900 nuovi professionisti sanitari all’anno, offrendo lavoro a 700 persone. Un circolo virtuoso che genera un grande beneficio sociale, un modello di sviluppo che si lega al diritto inalienabile alle cure per ogni essere umano e di cui ciascuno può essere parte attiva.

Il Lacor è un grande ospedale con tre centri sanitari periferici localizzati in aree rurali particolarmente povere. Cura oltre 200mila persone all’anno, di cui 35mila ricoverate. L’85% dei pazienti sono donne e bambini minori di 12 anni. Il lavoro è svolto da dipendenti tutti ugandesi, ad esclusione di un missionario comboniano a rappresentare i fondatori (tecnico di radiologia) e due persone espatriate richieste dai direttori. È poi un grande centro di formazione per oltre 600 studenti, polo della facoltà di medicina governativa di Gulu e sede di tirocinio obbligatorio per i neo-laureati in medicina, farmacia, scienze infermieristiche.

"Abbiamo molto da imparare – conclude Dominque – e molto da lavorare per cambiare. Noi occidentali siamo l’esempio a cui più di metà del mondo ambisce e mira. Se non vogliamo che questo Pianeta imploda, siamo noi a dover cambiare per divenire un’ambizione sostenibile per oltre metà del mondo, quello in via di sviluppo".

Margherita Ambrogetti Damiani