La cultura paga pegno al Covid
La cultura paga pegno al Covid

Le conseguenze economiche della pandemia di Coronavirus hanno colpito il settore culturale e creativo europeo più di ogni altra industria, ad eccezione di quella legata ai voli: è quanto emerge dal report commissionato dall'Unione Europea per analizzare l'impatto della malattia Covid-19 nel corso del 2020. Il dato non ha solamente un valore legato al livello dell'intrattenimento e degli spunti di ragionamento che aumentano la qualità della vita e ci aiutano a crescere come cittadini: ha anche un'immediata ripercussione sui posti di lavoro. Nel corso del 2019, infatti, il settore artistico d'Europa era in rapida espansione e procurava stipendi a circa 7,6 milioni di persone: più del doppio di quelle presenti nelle telecomunicazioni e nell'industria automobilistica messe insieme.

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La cultura ha perso più del turismo

La ricerca fa rientrare nel concetto di settore culturale e creativo la televisione, il cinema, la radio, la musica, l'editoria, i videogiochi e le esibizioni dal vivo (spettacoli teatrali, concerti, balletti). Complessivamente, nel 2020 queste realtà hanno subito un crollo dei ricavi pari al 31,2% rispetto al 2019. Un dato più grave anche di quello relativo al turismo, che ha registrato un meno 27%, e secondo, ma di poco, solamente a quello dell'industria legata all'aviazione (31,4% in meno).

Il coordinatore dello studio, Marc Lhermitte, sottolinea inoltre che "la cultura è stato il primo settore a sospendere gran parte delle proprie attività e molto probabilmente sarà l'ultimo a poterle riaprire senza restrizioni": quindi i danni si faranno sentire maggiormente sul medio-lungo periodo. Anche perché, una volta terminata l'emergenza pandemia, bisognerà attendere il recupero psicologico delle persone: recenti sondaggi hanno rivelato che il 46% ha ammesso che non si sentirebbe a proprio agio ad andare a un concerto dal vivo nei prossimi mesi. Addirittura il 21% ha confermato il disagio per i prossimi anni.
 


Resistono solo i videogiochi

Entrando più nello specifico, emerge che le ripercussioni più gravi si sono registrate nel campo delle arti dello spettacolo (-90%) e dell'industria musicale (-76%). Le arti visive, l'editoria, il cinema e la televisione hanno registrato flessioni comprese fra il 20 e il 40%, mentre solo i videogiochi ha fatto segnare un aumento del fatturato (pari al 9%). Un aspetto interessante è che la crisi ha impattato anche settori che sembravano protetti dal consumo domestico: secondo Marc Lhermitte, ciò si spiega tenendo conto che le esperienze dal vivo, siano esse spettacoli teatrali, concerti, proiezioni o mostre, erano fattori trainanti di molti modelli di business. Insomma, senza un concerto della star tal dei tali, calano anche le vendite dei suoi dischi. Una tendenza al ribasso che inoltre non è stata compensata dal comparto digitale: le "vendite fisiche" sono crollate del 35%, mentre quelle digitali sono cresciute solo dell'8%, con un saldo complessivamente negativo.
 

Cosa fare?

Il report si chiude sostenendo che "il periodo critico che stiamo attraversando richiede misure davvero senza precedenti", perché "Il settore creativo europeo non ha mai conosciuto in passato una simile devastazione e le sue conseguenze si faranno sentire nell'arco di tutto il prossimo decennio". È dunque necessario stabilire "un solido quadro giuridico" che aiuti a ricostruire la fiducia nella sostenibilità finanziaria del settore. Contestualmente è fondamentale incoraggiare investimenti pubblici e privati. Con le parole del musicista francese Jean-Michelle Jarre, pioniere della musica elettronica e colui che è stato incaricato di presentare i dati dello studio nella giornata del 26 gennaio: "La cultura è diventata una risorsa scarsa in Europa e stiamo imparando nel modo più duro possibile il valore essenziale dell'arte nella nostra società".