Attraverso i fiumi una enorme quantità di rifiuti "da pandemia" ha raggiunto gli oceani
Attraverso i fiumi una enorme quantità di rifiuti "da pandemia" ha raggiunto gli oceani

Già quello dei rifiuti di plastica che finiscono negli oceani è un problema enorme di suo, ma nell'ultimo anno e mezzo ci si è messo pure il Covid. Fra mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione usa e getta, da quando è iniziata la pandemia sono stati generati otto milioni di tonnellate di rifiuti plastici. Sono in gran parte destinati alle discariche, ma 25mila tonnellate hanno trovato il modo di raggiungere il mare. Le stime sono frutto di uno studio condotto dall'Università di Nanchino e dall'istituto di oceanografia dell'Università della California a San Diego, che hanno utilizzato un nuovo modello in grado di simulare come e dove le plastiche si muovono negli oceani del globo.
 

Come la plastica da Covid arriva in mare

I ricercatori pensavano che la maggior parte dei rifiuti legati alla pandemia provenisse dall'utilizzo delle singole persone, e così sono rimasti sorpresi quando hanno scoperto che in realtà la quantità di rifiuti sanitari è nettamente superiore: "La fonte principale sono gli ospedali di aree che già faticavano a gestire i rifiuti prima della pandemia", spiega la coautrice Amina Schartup; "Semplicemente, non erano preparati ad affrontare un aumento degli scarti". Si tratta in particolare di ospedali dei paesi asiatici, per quanto meno colpiti dal Covid rispetto ad altre regioni del mondo.

Le plastiche si riversano in mare soprattutto dai fiumi, e il 73% arriva appunto dai fiumi dell'Asia. I tre peggiori "scaricatori abusivi" sono lo Shatt al-'Arab che sfocia nel Golfo Persico, l'Indo che termina nel Mare Arabico e il Fiume Azzurro che si getta nel Mar Cinese Orientale. I fiumi europei concorrono invece per l'11%.
 


Dove finiscono guanti e mascherine?

Il modello prevede che nel giro di tre-quattro anni una parte consistente dei rifiuti plastici da pandemia finiranno per depositarsi sulle spiagge o sui fondali. Una quantità minore, trascinata da venti e correnti, finirà invece "intrappolata al centro dei bacini oceanici o nei vortici subtropicali, che potrebbero diventare depositi galleggianti di detriti (i garbage patch)". Un'altra parte ancora è destinata a sprofondare nel Mar Glaciale Artico, dove giungono rifiuti di ogni genere e da ogni angolo del pianeta, e dove è prevista la formazione di una zona circumpolare di accumulo di plastiche entro il 2025.

Lo studio è stato pubblicato sulla rivista PNAS.