Andrea Martini A sollevare la patina di malinconia e a riannodare il presente a un passato di glamour e di festa è stato chiamato “Annette“, ultima fatica di Leos Carax autore maledetto (metà genio metà canaglia) la cui fama, absit iniuria, è inversamente proporzionale al numero dei film realizzati: sei in 40 anni. Annunciato musical roboante “Annette“ tiene fede alla...

Andrea

Martini

A sollevare la patina di malinconia e a riannodare il presente a un passato di glamour e di festa è stato chiamato “Annette“, ultima fatica di Leos Carax autore maledetto (metà genio metà canaglia) la cui fama, absit iniuria, è inversamente proporzionale al numero dei film realizzati: sei in 40 anni. Annunciato musical roboante “Annette“ tiene fede alla promessa, nutrito com’è di canzoni pop, opera, glam rock, ma lo fa nel solco di Carax, più del fiele che del miele, più all’ombra delle umane oscure pulsioni che al sole della California. Strappato all’apatia del suo genio Carax si è gettato anima e corpo nel mettere in scena, rimaneggiandola, una sceneggiatura dei fratelli Mael, alias del raffinato quanto delirante gruppo Sparks. Il regista francese alla sua prima prova in lingua inglese ha chiamato a interpretare la distonica vicenda (fa pensare a Lynch) Marion Cotillard e Adam Driver che reggono audacemente il peso di un film quasi interamente cantato.

Lei, Ann, è una soprano di fama incline a rimuginare sulla paura da palcoscenico, lui Henry un cabarettista dall’humor feroce, troppo derisorio per non nascondere qualcosa. Un amore deflagrante s’impone ma è di quel genere che sfida ogni logica, sicché anche se all’inizio li vediamo partire nottetempo a cavallo di una moto in una sequenza che già aspira al culto dei cinefili, non è difficile prevedere che il buio è dietro l’angolo nonostante gloria, denaro e uno strano bébé che di nome fa Annette e che in dote porta qualcosa di inconsueto. Dalla favola al thriller il passo è breve.

“Annette“ si rivela una tetra parabola sui neri abissi dello spettacolo in cui convergono gli spiriti autodistruttivi delle star ma anche un (letterale) inno alla voce delle donne finalmente capace di abbattere ogni ostacolo non appena smette di cantare ciò che gli uomini hanno orchestrato per lei.