Penélope Cruz (47 anni) in “Madres paralelas“ di Almodóvar
Penélope Cruz (47 anni) in “Madres paralelas“ di Almodóvar
di Andrea Martini Filo rosso, filo conduttore, filo d’Arianna? Tra i cento e passa film della Mostra 2021, non c’è filo che tenga. E tantomeno s’è visto quello che molti s’attendevano: nessuna pellicola sulla pandemia. Benché la Mostra abbia rinunciato da tempo all’aulico appellativo di Arte Cinematografica si possono, tutt’al più, ipotizzare delle stanze in cui come avviene nei musei, è lecito raggruppare idealmente opere affini. Balza agli occhi il ritorno di un tema che sembrava negletto: peccato, espiazione, redenzione e perdono. L’aguzzino pentito del...

di Andrea Martini

Filo rosso, filo conduttore, filo d’Arianna? Tra i cento e passa film della Mostra 2021, non c’è filo che tenga. E tantomeno s’è visto quello che molti s’attendevano: nessuna pellicola sulla pandemia. Benché la Mostra abbia rinunciato da tempo all’aulico appellativo di Arte Cinematografica si possono, tutt’al più, ipotizzare delle stanze in cui come avviene nei musei, è lecito raggruppare idealmente opere affini.

Balza agli occhi il ritorno di un tema che sembrava negletto: peccato, espiazione, redenzione e perdono. L’aguzzino pentito del Collezionista di carte, che nei Casinò di mezza America gioca, con la colpa, una partita infinita; l’agente della polizia segreta sovietica del Capitano Volkonogov è scappato che sfida ogni possibile pericolo per cercare il perdono delle famiglie degli innocenti assassinati per ragion di stato; il ricco commerciante di carni suine, protagonista di Sundown, che affoga nel nichilismo autodistruttivo la colpa della propria indifferenza, sono gli esempi di una nuova modalità del sentire dell’uomo contemporaneo: esclusivamente attraverso la lente della responsabilità personale è leggibile tutto ciò che ci accade. In altre parole: etica della responsabilità in chiave cristica. Qualcosa di simile accade anche in Madres paralelas e nel bel racconto messicano di La cassa in cui drammatiche situazioni politiche del passato (la guerra civile) e sociali del presente (l’assassinio come gesto normalizzato) sono osservate, obliquamente, attraverso le vicende dei protagonisti.

La maternità difficile, declinabile imprevista, indesiderata, vissuta con ansia è una seconda affollata sala. La nascita dei figli sembra aver perso ogni naturalezza e la responsabilità genitoriale diviene un fardello difficilmente sostenibile. Le madri impreviste del film di Almodóvar, la madre colpevole di un temporaneo ma radicale rifiuto delle proprie figlie di Lost Daughter, la madre sofferta di The power of the dog, la madre impossibile Diana in Spencer. A cui è possibile aggiungere la liceale costretta all’aborto clandestino di L’Evènement e, in diversa chiave, la paternità inventata di America Latina.

Terza stanza ideale, la stanza del complotto. Mai esplicitato fino in fondo, ma reso evidente nelle ragioni più profonde delle vergognose e assurde politiche dei vecchi paesi comunisti: ben argomentato nel film polacco Non lasciare tracce, nell’ucraino Reflection, opere deboli cinematograficamente ma che trovano nel valore della denuncia il movente della loro presenza in Concorso. Si respira aria di complotto anche nella scellerata ragione di stato filippina messa in scena in On the Job: Missing 8. Ovviamente si tratta di complotti nell’accezione originale e non in quella inventata e diffusa dai social. Forse per la messa in scena del panico mediatico occorrerà attendere la Mostra del futuro.