MIlano, 19 settembre 2019 - Debutto da record al box office per “Chiara Ferragni Unposted”, il documentario di Elisa Amoruso sulla trentaduenne con 17 milioni di follower, imprenditrice digitale con 80 dipendenti, prima influencer al mondo secondo le classifiche di Forbes, un caso studiato alla business University di Harvard. Il film, decisamente autocelebrativo, dopo la prima a Venezia 76 è evento in sala solo tre giorni, distribuito da “01” e l’altro ieri ha incassato 513.543 euro (il secondo, “It - Capitolo 2” 113mila e “Il Re Leone” 93mila) con oltre 51mila biglietti staccati e 393 copie. Il documentario mostra l’ascesa della Ferragni, cresciuta con naturalezza a favore di telecamera grazie alla passione della madre per i filmini amatoriali con cui documentava vacanze familiari e imprese della figlia, la sua spontaneità nella condivisione della sua vita con i follower, le prove per il matrimonio con Fedez, la sua vita privata raccontata nei dettagli (inclusi i fatti più intimi, i problemi della gravidanza ad esempio) anche ora che ha un figlio, Leone, mostrato anche lui. Nonostante il titolo “Unposted”, è tutto abbastanza noto, ma una sorpresa in realtà c’è ed è anche molto divertente: Fedez che si rivela simpatico e ironico, pronto a smontare la moglie perfettina. Ma non sempre: "Volevo fare i complimenti a mia moglie perché il suo documentario è il miglior debutto per un film italiano nel 2019", il commento del rapper in una storia di Instagram, dove ha scritto "super super proud" ("super super orgoglioso").

---
"Chiara Ferragni - Imposta", scusate volevo dire "Unposted". Certo suona meglio “imposta”, un po’ come la tassa a cui dobbiamo soggiacere anche se non ne avremmo voglia: ormai la biondina di Cremona e il suo, be’, diciamo film, esonda da ogni giornale, tv, soprattutto social per cui è impossibile sottrarsi a meno di non rifugiarsi sul Monte Athos. E “imposta” anche perché, secondo logiche che a noi umani sfuggono ma che di sicuro qualcuno più intelligente saprebbe spiegarci, il, chiamiamolo così, documentario sulla sua vita è stato coprodotto nientedimeno che dalla Rai, settore Cinema.
Ancora una volta la Rai fa servizio pubblico, insomma ci tortura con cose che la gran parte dei suoi spettatori (la media viaggia intorno ai cinquant’anni) non ha nessuna intenzione di vedere e di cui gliene importa meno che del cocorito cerchiato del Borneo. Certo è stato un buon affare: nel primo giorno di proiezione la pellicola è schizzata in testa agli incassi, battendo anche "It - Capitolo 2" , che comunque appartiene allo stesso genere horror.

false

Resta da spiegare quale sia il disinteresse pubblico per finanziare un documentario – be’, non esageriamo – per illustrare la vita e le opere di questa laureata in selfie. Anche se non siamo più nell’era Bernabei, e l’idea di una tv didattica è stata archiviata insieme con il gettone telefonico, dalla tv di Stato ci aspetteremmo che investa i nostri soldi in opere di qualche pregio non dico artistico – non vogliamo esagerare – ma di qualche contenuto culturale, sociale, umano, civile, oseremmo dire di qualche interesse e basta.

Il, vabbè, film sulla Ferragni viene etichettato come un documentario. La parola documentario fa venire in mente il National Geographic , oppure History Channel : qui si tratta invece della filmbiografia di una ragazza trentenne che ha avuto la straordinaria intuizione di: a) fondare un sito web quando ancora pochi sapevano cosa fosse; b) capire che poteva camparci facendo pubblicità alle marche della moda; c) comprendere che i follower hanno bisogno di continui rifornimenti di materiale; d) sposare un rapper famoso.

Bravissima, per carità: i milioni di euro che fattura ogni anno dimostrano al di là di ogni ragionevole dubbio la sua perspicacia imprenditoriale. Ma il messaggio che lancia ai ragazzi via Instagram e, adesso, via cinema, è molto semplice: nella vita non c’è bisogno di studiare, di applicarsi, di faticare e sudare, basta farsi un’Instagram story al giorno e il futuro è vostro. Il contrario di quanto hanno sempre insegnato i padri ai figli, e la vita a tutti.
Niente da dire: ma con gli incassi che conteggia ogni mese, il film non poteva produrselo da sé?

L’operina è stata persino ospitata al Festival di Venezia – perlomeno, in un ultimo barlume di pudore, non in concorso – nell’evidente intenzione, del tutto raggiunta, di attirare clamore mediatico intorno alla manifestazione. Per la verità, a noi profani è sembrato un po’ come se l’AlbinoLeffe, con tutto il rispetto per l’Albino e anche per il Leffe, partecipasse alla Champions League, o come vedere Leclerc a Monza alla guida di una Multipla, o Toninelli a capo di un ministero – come dite, è già successo?
E mentre per la Rai e per il festival di Venezia le perplessità rimangono, sulla ragazza niente da dire: fa il suo mestiere. Batte il Ferragni finché è caldo.