Un segno dei tempi in cui ci è dato vivere. Un altro. Forse. In breve: Checco Zalone, re commerciale del moderno cinema italiano, per lanciare il suo nuovo film decide di realizzare un videoclip. Una canzoncina intonata con voce alla Celentano (ma Adriano, l’originale, è meglio, fidatevi), un brano che ironizza sullo straniero che ti rompe le scatole al semaforo piuttosto che fuori dal supermercato, finendo pure con il prenderti il posto nel cuore della moglie. Titolo del pezzo: Immigrato . E ci siamo già capiti.

A questo punto, apriti cielo! Putiferio sul web (dove in poche ore la canzone, che mica è Volare di Modugno, eh) colleziona oltre due milioni di visualizzazioni. Polemiche roventi sui social. Si indignano i volontari pro integrazione. Si ribellano alla indignazione i fautori della libera satira in libero Stato (povero Cavour, come gliel’hanno parafrasato, quel suo motto nobilissimo). Eccetera eccetera.
Ora, abbiate pazienza. Ma se fosse tutta aria fritta, invece? Se, vedi un po’, la paranoica contrapposizione tra politicamente corretto e politicamente scorretto ci avesse condotti sul terreno della scempiaggine a getto continuo?

Mi spiego. Anzitutto e con grandissimo rispetto, Checco Zalone non può assurgere a guru del pensiero. È un bravissimo comico, merita il successo che ha, dopo di che fine delle trasmissioni. Era lecito trarre spunto di riflessione alta da un film di Scola, di Risi, di Monicelli, di De Sica. Zalone forse no, e non per snobismo.
Ma c’è di più (o di meno, come volete). Non esiste, su certi argomenti, una sensibilità unica, valida per chiunque. Parlo per fatto personale: io l’ho visto, il clip di Checco, e subito ho pensato, magari sbagliando per carità, che era il più efficace esempio di intelligente demolizione dei luoghi comuni salviniani. Giuro: nemmeno per un istante ho supposto che il clip dell’interprete di Cado dalle nubi fosse un omaggio alla intolleranza, una esaltazione della xenofobia, una strizzata d’occhio al razzismo incombente. Anzi, tutto il contrario.

Ho torto? Possibile, forse persino probabile. Ma l’idea di imbrigliare la satira in uno schema che sia obbligatorio per tutti ricorda, quasi quasi, la mania censoria dei preti che facevano mettere le mutande alle statue degli eroi nudi.
Forse sono io che appartengo a una (in)civiltà sorpassata. Quando avevo vent’anni, nel 1980, Vasco Rossi in Colpa d’Alfredo cantava: "...se ne è andata via con il negro, la troia". E nessuno urlava alla discriminazione etnica o all’insulto sessista. Ecco: se era razzista Vasco, lo sono anche io (e Zalone pure).