Andrea Zanzotto, Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011
Andrea Zanzotto, Pieve di Soligo, 10 ottobre 1921 – Conegliano, 18 ottobre 2011
di Lorenzo Guadagnucci C’è un aforisma che dice molto della poetica di Andrea Zanzotto e della sua bruciante attualità: "In questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio". Sono passati cento anni dalla nascita di questo grande poeta del nostro Novecento e dieci dalla sua morte e mai come oggi, nel pieno di una crisi ecologica, sanitaria, emotiva legata alla sofferenza della vita sul pianeta, mai come oggi Zanzotto ci pare così vicino. È potente la metafora del progresso – il mito e il motore di almeno due secoli di storia – che si trasforma nel suo contrario ed evoca la morte per impiccagione, come un nodo che soffoca il respiro e lascia il dubbio sul ruolo attivo o passivo della vittima. La crisi ecologica ci travolge, ma la stiamo solo subendo o ne siamo responsabili? Sono i temi forti...

di Lorenzo Guadagnucci

C’è un aforisma che dice molto della poetica di Andrea Zanzotto e della sua bruciante attualità: "In questo progresso scorsoio non so se vengo ingoiato o se ingoio". Sono passati cento anni dalla nascita di questo grande poeta del nostro Novecento e dieci dalla sua morte e mai come oggi, nel pieno di una crisi ecologica, sanitaria, emotiva legata alla sofferenza della vita sul pianeta, mai come oggi Zanzotto ci pare così vicino. È potente la metafora del progresso – il mito e il motore di almeno due secoli di storia – che si trasforma nel suo contrario ed evoca la morte per impiccagione, come un nodo che soffoca il respiro e lascia il dubbio sul ruolo attivo o passivo della vittima.

La crisi ecologica ci travolge, ma la stiamo solo subendo o ne siamo responsabili? Sono i temi forti di Zanzotto, il poeta del territorio, del confronto costante con la natura, il poeta che si misurava con la scienza e con la storia. Il poeta che debuttò nel 1951 con una raccolta, Dietro il paesaggio, che già segnava un destino, facendo di lui un acuto anticipatore della questione ecologica del nostro tempo.

Zanzotto, nativo di Pieve di Soligo, nel Veneto profondo, è stato un testimone attivo e sofferente del paesaggio trasformato dal flusso impetuoso dello sviluppo economico del dopoguerra. Un osservatore non retorico e non nostalgico, pienamente calato nella sua epoca. "C’è un volano infernale che gira – diceva nel libro intervista con Marzio Breda intitolato non a caso In questo progresso scorsoio (Garzanti) – ed esaspera una certa idea di onnipotenza che poco ha a che fare con il destino umano".

E ancora: "L’effetto è perverso: una tabula rasa nella quale la cultura contadina, sia pur impoverita da tempo, è stata annientata. Per non dire della distruzione di risorse e ricchezze naturali, dell’impennata di malattie, dell’inquinamento, del diffondersi della droga anche nei paesi più piccoli".

Il 2021 è l’anno di Zanzotto. Il 21 marzo, Giornata mondiale della poesia, sono partite le celebrazioni che culmineranno il 10 ottobre, a cento anni esatti dalla nascita. “Poesia. Paesaggio. Territorio“ sono le tre parole chiave indicate dagli organizzatori – enti locali e altre istituzioni del Veneto – riuniti sotto la sigla Zanzotto 100. Fra reading, convegni, spettacoli, film, percorsi a piedi lungo i “suoi“ luoghi, saranno esaltate e messe a fuoco le radici e le ragioni di un poeta che è stato profondamente veneto ma anche fortemente aperto al mondo.

E c’è anche un attrito di fondo, non dichiarato, o messo in disparte, fra un territorio che celebra il “suo“ poeta e la critica che quel poeta fece al “suo“ territorio, vittima e artefice al tempo stesso – con le sue fabbrichette, la sua esplosione urbanistica, i suoi filari di vite mangiapaesaggio – di quel “progresso scorsoio“ così urticante.

D’altronde Zanzotto fu anche il poeta della lingua veneta, spesso presente nei suoi versi, aperti peraltro anche ad altre lingue: il francese, il tedesco, l’inglese. Federico Fellini lo ingaggiò per il suo Casanova girato in inglese, perché voleva per il doppiaggio italiano dei testi in grado, parole del regista, "di rompere l’opacità e le convenzioni del dialetto veneto". E li ebbe quei testi pieni di invenzioni, perché Zanzotto non era il cantore delle piccole patrie e delle identità immobili, ma l’interprete di una civiltà, quella veneziana, che lui considerava "punto d’incontro internazionale" e "ambiente particolarmente favorevole a forme di pluringuismo".

Più volte candidato al Premio Nobel, Zanzotto è sempre stato considerato un poeta difficile, per la sua lingua ricercata e inventiva, per la sua tribolata condizione esistenziale (la nevrosi, l’apertura ai temi della psicoanalisi), per la devozione a Holderlin e Leopardi, ma è stato anche un poeta in sintonia con le correnti lunghe della storia, quelle che attraversano la vita in profondità, sotto, molto sotto la superficie degli eventi. Il centenario è un’occasione per riscoprire il “poeta del paesaggio“: un paesaggio osservato, analizzato, criticato, raccontato con spirito profetico.