Giovanni Morandi Sarà capitato anche ad altri aver accolto con silenzioso dolore la notizia della definitiva abolizione della censura cinematografica, che tante soddisfazioni ci ha dato in passato. A cominciare da quel pomeriggio di un giorno coincidente con la data del compleanno, quando con palpitante ansietà mi accinsi a vedere...

Giovanni

Morandi

Sarà capitato anche ad altri aver accolto con silenzioso dolore la notizia della definitiva abolizione della censura cinematografica, che tante soddisfazioni ci ha dato in passato. A cominciare da quel pomeriggio di un giorno coincidente con la data del compleanno, quando con palpitante ansietà mi accinsi a vedere il mio primo film vietato ai minori di 18 anni, soglia che rappresentava un orizzonte di curiosità e di emozioni senza limiti. Anelito che si espresse nella scelta tra i film vietati di quello che aveva il titolo più ambiguo e promettente. Era un film in bianco e nero e a parte qualche vaga scena di sesso non aveva nulla che avesse valso un’attesa lunga 18 anni. Nonostante ciò non fui disposto ad ammettere la delusione.

Dunque il ministro della cultura Franceschini ha firmato il decreto che mette fine a un lungo iter per chiudere con l’epoca delle forbici e della differenza tra consentito e vietato. Una stagione di “severità” e ipocrisia che in epoche lontane colpiva non solo le allusioni o le esplicite descrizioni ma anche i più innocenti baci d’amore. Vengono in mente le dolcissime immagini in “Nuovo cinema Paradiso”, dove la supervisione dei film in programma nel paese era affidata al parroco, spietato censore del benché minimo accostamento di labbra, permettendo in questo modo ai trasgressori di raccogliere i preziosi pezzi di pellicola con scene di baci finite nel cestino.

La fine della censura è stata accolta con sostanziale indifferenza, segno di quanto il tema sia giudicato anacronistico. Ma tra tanto cinismo si consenta la tentazione di rimpiangere il tempo dei divieti come massima garanzia per desideri indocili ai limiti.