di Giuseppe Di Matteo

Se al tramonto delle vacanze siete alla ricerca di un po’ di tranquillità, potete rifugiarvi nei borghi. E i più affascinanti sono quelli meno conosciuti e poco frequentati dai turisti. In provincia di Foggia, per esempio, e in particolare nel Subappennino Dauno, a 726 metri sul livello del mare, si può incontrare Celle di San Vito, il più piccolo comune della Puglia (150 anime appena). Le sue radici affondano nel XIII secolo. Il toponimo del borgo, ingentilito da splendide case dal sapore medievale che si affacciano sulla valle del Celone, nasce infatti dall’occupazione, da parte dei coloni chiamati da Carlo D’Angiò, delle celle del convento di san Vito (precedentemente abbandonato dai monaci) dopo la vittoria ottenuta a Lucera contro i Saraceni. Ciò fa di Celle una singolare isola linguistica: il borgo è, assieme a Faeto, l’unico del Meridione in cui si parla il franco-provenzale (la più piccola delle minoranze linguistiche dopo le comunità arbëreshë, di lingua albanese, e quella ellofona della Grecìa salentina). I nomi delle vie, non a caso, riportano entrambe le lingue. E l’italiano è la seconda. Ma Celle è anche un’oasi di quiete. Anche troppa. Scuole non ce ne sono. Per fare la spesa bisogna spostarsi nei paesi limitrofi o aspettare l’arrivo di qualche venditore ambulante.

L’unico segno di “vita” commerciale del borgo è la pizzeria Le Fontanelle, che gestisce un b&b (in alternativa c’è quello comunale) ed è anche il solo luogo di ritrovo dei cellesi, i quali, soprattutto d’estate, si ritrovano nel gazebo di fronte all’ingresso del ristorante per il gioco della passatella. A custodire le antiche tradizioni ci pensano le ragazze dello Sportello linguistico (l’arrivo degli Angioini viene “rivissuto” ogni anno attraverso una suggestiva rievocazione storica che si tiene in agosto). Gli anziani, che da queste parti sono la maggioranza, perpetuano la tradizione e raccontano ai turisti la storia della Celle che fu. E che ora rischia di scomparire. Perché purtroppo in tanti se ne vanno. Da un’isola linguistica all’altra.

In Calabria, nell’Alto Cosentino, appollaiato su un colle a 800 metri sul livello del mare si trova Castroregio (il più piccolo paese della zona), che di abitanti ne conta a stento 300. Ci si arriva quasi per caso, magari venendo dalla vicina Oriolo. Le guide turistiche lo citano a malapena. Eppure anche a Castroregio sono visibili le tracce di un passato che continua a esistere nella comunità arbëreshë, un popolo di lingua ed etnia albanesi che vive in Italia, e soprattutto nel Meridione, da secoli (per approfondire si legga Nicola La Barbera, Gli Arbëreshë d’Italia - La storia e gli insediamenti, Solfanelli). E pure a Castroregio, la cui origine è riconducibile all’arrivo degli albanesi intorno al XVI secolo (pare però che l’area fosse abitata già al tempo dei Normanni), vige il bilinguismo. La Tana del Lupo, l’unico ristorante del borgo, offre una vista mozzafiato del fiume Ferro. Molto bella la Chiesa Madre, risalente al ‘600, che presenta una facciata in pietra e un portale ad arco decorato in stile bizantino. Ma è suggestivo perdersi anche nei vicoli del borgo, alcuni dei quali conservano le caratteristiche case in pietra. Alcune di queste fino alla seconda metà del secolo scorso venivano utilizzate come macellerie. Se cercate pace, è il posto giusto per voi.