Bologna, 13 febbraio 2020 - "Se ci fosse oggi la metà della voglia di ribaltare il mondo che avevamo noi...". Queste parole me le ha dette l’altro ieri sera, scendendo dal palcoscenico, una donna che aveva appena finito di elettrizzare, stimolare, entusiasmare il pubblico del Teatro Duse di Bologna, e che se fosse stata ascoltata da tutta Italia avrebbe elettrizzato, stimolato ed entusiasmato tutta Italia. 

È una donna di 73 anni, quasi 74: con i capelli bianchi e corti appena ricresciuti dopo avere battagliato contro il cancro. Ma una donna ancora più forte e perfino più bella di quando era un ragazza. Il suo nome è Caterina Caselli.

In due ore ha raccontato l’ultima stagione dorata della nostra storia, gli anni Sessanta. L’ultima stagione in cui gli italiani si sono sentiti certi che il futuro sarebbe stato migliore del presente. Di tutte le cose che ci mancano oggi, questa è quella di cui avremmo più bisogno: l’ottimismo di quei nostri anni beati.

Che non vuol dire anni privi di contraddizioni, difficoltà, povertà, ingiustizie sociali. Vuol dire però anni in cui tutto spingeva in avanti. L’economia cresceva come mai più sarebbe cresciuta in seguito. Nel 1964 l’Italia era il primo Paese al mondo per produzione di lavatrici. Le automobili, le televisioni, le prime vacanze: usciti dal disastro della guerra e dalle sofferenze del dopoguerra, cominciavamo finalmente ad assaporare il benessere.

Ma non era solo una questione, come diremmo oggi, di crescita del Pil. C’era un fermento, c’era una voglia di vivere e di cambiare davvero un mondo che si sentiva vecchio, datato, superato. Fu anche un periodo in cui si concentrarono innumerevoli e irripetibili talenti musicali. E non a caso. La musica rispecchiò il mutamento sociale, la rivoluzione dei costumi. Prima la grande allegria dello yéyé, il twist e il tuo bacio è come un rock; poi le canzoni dell’impegno, della contestazione, della voglia di rivolta.

Caterina Caselli era una ragazza della provincia modenese, rimasta presto orfana di padre, con una madre che cuciva in casa e andava a vendere le maglie a Carpi. Fare la cantante era un sogno, e per inseguirlo Caterina lasciò la scuola e andò a fare la segretaria in un maglificio (“Confezioni Pony”) per poter frequentare, la sera, le lezioni di Callegari Ivo maestro di musica in Sassuolo. Al Duse Caterina Caselli ha raccontato delle sue prime esibizioni in Emilia, poi la promozione in un locale di Roma, il Capriccio: "Prendevo duemilacinquecento lire a serata, millecinquecento le spendevo per la stanza d’albergo, con le altre mille riuscivo a pagarmi solo un pasto al giorno".

Ma cosi è diventata Caterina Caselli. Un giorno la portarono da Vergottini, in via Montenapoleone a Milano. Fu accolta da una squadra di parrucchieri che le dissero: "Signorina, ma non si vergogna ad andare in giro pettinata così?". Nacque allora il “casco d’oro”, un taglio di rottura, perché mai le donne si erano tagliate i capelli così. Caterina Caselli è rivoluzionaria anche nel modo di cantare: porta una grinta, una volontà, una fame.

Nel 1966 le propongono per Sanremo una canzone che Celentano aveva rifiutato: Nessuno mi può giudicare. È un tango, lento come lentamente l’avrebbe cantato Celentano. Caterina prende quel testo e lo stravolge, lo fa “rock beat” come si diceva allora. Lo prova in segreto in un locale di Bologna e i ragazzi che la ascoltano impazziscono: "Vai e uccidili", le dicono. Sanremo 1966 è la consacrazione definitiva del casco d’oro.

Fu, come dicevamo, una generazione di straordinari talenti. L’altra sera Caterina Caselli ha raccontato che nel 1967 propose a Gaber di portare in tv, a Diamoci del tu, un suo amico che secondo lei suonava e cantava bene. Gaber rispose che anche lui aveva un amico da invitare. Si scambiarono i nomi: l’amico della Caselli si chiamava Francesco Guccini, quello di Gaber Franco Battiato.

L’anno prima, 1966, un grande fatto aveva sconvolto l’Italia e il mondo intero: l’alluvione di Firenze. Da ovunque arrivarono migliaia di ragazzi per dare una mano, ripulire, aggiustare, salvare tesori dell’arte e, simbolicamente, il mondo intero. C’era una forza, una voglia. Ci furono poi anche molti errori. Ma ci fosse oggi la metà di quella voglia. Ci fosse.