di Pierluigi Masini Giulio Cappellini, tra le altre cose lei è considerato un talent scout nel settore. Come si riconosce il buon design? "Io dico sempre: non mi interessa se ha vent’anni o ottanta, se è nato a Milano o a Sydney, mi interessa che sia un buon designer. E pescando nel mondo riesci a trovare sempre delle persone interessanti. Non c’è un sistema preciso per scoprire nuovi progettisti. Io viaggio molto, sia virtualmente sia fisicamente, e così ho occasione di incontrare un designer e un progetto che mi colpisce. Le mie scelte sono sempre di pancia e di cuore. Vedo una cosa, un’idea, uno schizzo, un prototipo e mi dico: questo devo averlo domattina a casa mia". E poi? "All’inizio di un rapporto con un designer non dico mai che voglio una sedia, un tavolo o, che so, un divano; non chiedo di usare la plastica, l’alluminio o il legno. No. Dico al progettista: guarda il catalogo Cappellini e cerca di fare qualcosa che stia bene qui dentro. Perché il nostro è un linguaggio pluriculturale, con un fil rouge che fa convivere...

di Pierluigi Masini

Giulio Cappellini, tra le altre cose lei è considerato un talent scout nel settore. Come si riconosce il buon design?

"Io dico sempre: non mi interessa se ha vent’anni o ottanta, se è nato a Milano o a Sydney, mi interessa che sia un buon designer. E pescando nel mondo riesci a trovare sempre delle persone interessanti. Non c’è un sistema preciso per scoprire nuovi progettisti. Io viaggio molto, sia virtualmente sia fisicamente, e così ho occasione di incontrare un designer e un progetto che mi colpisce. Le mie scelte sono sempre di pancia e di cuore. Vedo una cosa, un’idea, uno schizzo, un prototipo e mi dico: questo devo averlo domattina a casa mia".

E poi?

"All’inizio di un rapporto con un designer non dico mai che voglio una sedia, un tavolo o, che so, un divano; non chiedo di usare la plastica, l’alluminio o il legno. No. Dico al progettista: guarda il catalogo Cappellini e cerca di fare qualcosa che stia bene qui dentro. Perché il nostro è un linguaggio pluriculturale, con un fil rouge che fa convivere proposte molto differenti, perché è chiaro che Marcel Wanders è molto diverso da Jasper Morrison come Nendo è molto diverso dai Bouroullec".

Milano ha celebrato con successo la settimana del design. Che ne pensa?

"Penso che dobbiamo difendere la centralità di Milano, che deve continuare ad essere la capitale del design, e dobbiamo difendere anche la qualità delle presentazioni fatte qui. Perché la gente che viene a Milano non viene solo per fare brindisi ma per capire le tendenze future, vuole sapere dove va il design".

Come si difende il Made in Italy?

"Sicuramente dobbiamo mantenere alta la qualità del progetto, delle idee, dell’innovazione e la qualità della nostra manifattura. Trovo che negli ultimi anni si è lavorato forse un po’ troppo di lifestyle e invece dobbiamo tornare a fare dei progetti belli e forti, come era all’inizio di questo fenomeno del design italiano. Trovo che negli ultimi anni si è stati un po’ vittime delle regole del marketing, ci sono stati meno coraggio e innovazione. Mi auguro che il design italiano riprenda questa spinta che in questa fase ha un po’ perso".

Un esempio?

"Spesso vedo delle cose molto di maniera, carine, belline… Ma se guardi le prime venti pagine di una rivista di arredamento, senza vedere il marchio della pubblicità, fai fatica a capire chi è. Tornare a fare dei progetti forti non significa essere nostalgici, assolutamente. Anzi. Significa cercare di guardare avanti e lavorare sull’innovazione. Le forme più belle sono state fatte negli anni ’50 e ’60, ma oggi abbiamo nuovi materiali, nuove tecnologie, nuovi sistemi produttivi molto interessanti".

Cosa serve allora?

"Trovo abbastanza assurda quest’aria da colonizzatori che spesso noi italiani ci portiamo dietro perché all’estero, sotto quest’egida del Made in Italy, ci passa tutto. Ultimamente sono stato alla Bocconi e l’ho detto chiaramente: ‘Signori in Italia facciamo delle cose straordinarie e anche delle grandi schifezze, non c’è bisogno di andare in Cina per trovare le copie’. Volevano togliermi il microfono".

Ma il fascino del design italiano resta. O no?

"Certo! Quando è nato questo fenomeno del design italiano negli anni Cinquanta c’era un gruppo di giovani designer italiani e di giovani imprenditori italiani che ci hanno creduto. Un manipolo di persone che ha creato questo fenomeno davvero straordinario, di caratura mondiale. Negli anni – e devo dire che mi ritengo assolutamente complice – abbiamo difeso la manifattura italiana. Però il design si è aperto al mondo, ci siamo fatti contaminare da giovani o meno giovani menti provenienti da ogni parte tanto che oggi ci sono più design week che settimane nel calendario".

Lei ha conosciuto tanti designer e imprenditori degli anni del boom…

"Quando ero studente ho avuto la grande fortuna di lavorare con Gio Ponti per un anno, che è valso più di cinque anni in facoltà. Una persona eclettica – architetto, artista, designer – dotato di una grande modestia e di grandissima generosità: lui veniva in studio nel pomeriggio, beveva il suo baby whisky e ci faceva vedere i suoi progetti in Sud America. Erano insegnamenti stellari. Poi ho avuto la fortuna di stare accanto a personaggi come Achille Castiglioni, Sottsass, Mendini, Magistretti. E imprenditori come Giulio Castelli, il patron di Kartell, che mi diceva scherzando: ‘Io sono Giulio grande e tu Giulio piccolo’. E poi Piero Busnelli, Aurelio Zanotta e il grandissimo Dino Gavina. Spesso certi manager che lavorano in aziende di grande nome si dimenticano che quelle aziende sono quello che sono perché ci sono stati grandi personaggi che hanno dato l’anima. Professionalità e passione non devono mai mancare. Perché nel mondo stanno diventando tutti bravi".

Le nuove tendenze?

"Dobbiamo essere attenti a come le nuove generazioni cambiano. A me non piace parlare di Millennials ma di persone “no-code”, senza codice, che possono avere 20 anni ma anche 50. Persone libere che vivono, abitano, pensano al di fuori degli schemi. Che si muovono e sono contaminate con grande facilità da culture differenti. Oggi non è facile creare qualcosa di nuovo. E se dobbiamo farlo dobbiamo creare qualcosa di meglio di quello che abbiamo fatto vent’anni fa".