Byron ritratto da. Thomas Phillips, 1813
Byron ritratto da. Thomas Phillips, 1813
di Antonio Patuelli Due secoli fa, lo scrittore e Lord inglese, auto esiliato in Italia, George Byron, celebrò più autorevolmente il quinto centenario della morte dell’Alighieri con il poema “La profezia di Dante“, pubblicato proprio nel 1821. In quel suo Dante si rispecchiava Byron che era divenuto un patriota della libertà italiana. Quell’inno a Dante venne scritto a Ravenna, poco distante dalla Tomba del Poeta, da Byron nel suo lungo soggiorno che era stato preceduto da tre anni di sua residenza principalmente a Venezia, di cui emergono i particolari nelle sue...

di Antonio Patuelli

Due secoli fa, lo scrittore e Lord inglese, auto esiliato in Italia, George Byron, celebrò più autorevolmente il quinto centenario della morte dell’Alighieri con il poema “La profezia di Dante“, pubblicato proprio nel 1821. In quel suo Dante si rispecchiava Byron che era divenuto un patriota della libertà italiana. Quell’inno a Dante venne scritto a Ravenna, poco distante dalla Tomba del Poeta, da Byron nel suo lungo soggiorno che era stato preceduto da tre anni di sua residenza principalmente a Venezia, di cui emergono i particolari nelle sue “Lettere veneziane 1816-1819”, ora pubblicate da De Piante. Quelli furono gli anni di maggior libertà per Byron, in una Venezia pienamente dominata dall’Impero austro-ungarico, dopo la fase napoleonica e il Congresso di Vienna. Nonostante la perdita della più che millenaria indipendenza e libertà di quella che era stata la Serenissima Repubblica, la Venezia descritta nelle lettere di Byron appare molto permissiva e libertina, e in ciò particolarmente incentrata, invece che nei tradizionali commerci internazionali e nell’antico dominio dell’Adriatico.

Di quella Venezia dominata da Vienna, Byron non visse gli ideali di libertà che lo coinvolsero nel successivo lungo periodo ravennate, ma principalmente gli aspetti mondani e lussuriosi, soprattutto nelle sfrenatezze del Carnevale. A Venezia Byron continuò anche a scrivere e a studiare, perfino la lingua armena nell’isola di San Lazzaro, nella laguna; faceva lunghe cavalcate al Lido, persino nuotava dal Lido al Canal Grande, verso la sua abitazione a Palazzo Mocenigo. Talvolta, di notte, tornava a casa addirittura a nuoto, dopo le frequentazioni serali dei salotti, facendosi illuminare i tragitti dal suo gondoliere di fiducia. E viveva immerso anche in una specie di zoo casalingo, fra numerosi cani, scimmie, gatti, e anche aquile, corvi, falchi, pavoni e altri animali. Da quella vita lo distrasse, però, una giovanissima nobildonna ravennate, Teresa Gamba, moglie del ricchissimo Conte Guiccioli, che aveva ben 39 anni più di lei. Byron si innamorò e frenò il suo consueto libertinaggio, per abbandonare perfino Venezia e raggiungere Teresa, nel 1819, a Ravenna, dove rimase due anni.

Nelle lettere veneziane, Byron, col suo romanticismo, descrisse anche i suoi sentimenti verso Teresa, pur vedendone i limiti ("graziosa, ma non ha tatto", "educata in convento", scriveva). Teresa gli fece cambiar vita e lo convinse a trasferirsi nell’antica capitale bizantina, persino con il suo zoo privato. Byron andò anche a Rimini a ricercare tracce dell’ "amor funesto" fra Paolo e Francesca di dantesca memoria. Insomma, le "lettere veneziane" di Byron descrivono chiaramente "le passioni della terra del sole", cioè l’Italia, che "superano ogni altra considerazione" e che lo portarono a morire assai giovane in Grecia in nome dei suoi ideali di libertà.