Se il Durello non va ai Monti Lessini, i Monti Lessini vanno al Durello. Ci sono tutte le premesse perché si tratti di una svolta destinata a lasciare il segno, quella portata avanti da alcuni produttori dello storico vitigno autoctono a cavallo tra le province di Verona e Vicenza, i quali hanno ‘imposto’ una modifica al disciplinare del Lessini Durello che risale agli anni ’70. Manca solo il via libera del Ministero, poi lo spumante metodo classico prodotto nella zona con almeno 85% di uva Durella, si chiamerà Monti Lessini Doc. Nessun richiamo al vitigno ma forte identificazione col territorio, sull’esempio dei grandi brand Franciacorta, Trentodoc e Alta Langa. «Oggi il Durello viene spumantizzato sia Charmat sia metodo classico ma a fare quest’ultimo siamo solo una decina su trenta produttori – spiega Sandro Tasoniero (nella foto in basso con Marina Ferraretto) dell’azienda vitivinicola Sandro De Bruno, uno dei fautori della svolta –, con lo stesso nome si trovano bottiglie dai 3 ai 30 euro e per noi è un problema. Con la Doc Monti Lessini, che un giorno speriamo di trasformare in Docg, vogliamo valorizzare un prodotto locale, che non ha varcato molto i confini ma vanta una grande tradizione; qui si spumantizza da quasi 40 anni. Non è stato facile trovare la strada giusta per spumantizzare un vitigno dall’acidità predominante come il Durello, sono stati fatti degli errori, ma adesso ci sono le condizioni per inserirci a pieno titolo nella rosa delle grandi bollicine italiane».

In particolare, i produttori hanno imparato a sfruttare la straordinaria longevità di questo vino, arrivando a proporre dei 60 mesi e, nel caso della De Bruno, addirittura un 100 mesi che, con la sboccatura in programma fra maggio e giugno, sarà pronto in tempo per il prossimo Natale. Il Durello può poi contare su un alleato inatteso come il cambiamento climatico: a un vitigno che fatica a maturare, l’innalzamento delle temperature ha infatti giovato. Un ulteriore sprint è dato dalla mineralità che caratterizza i terreni vulcanici dei Monti Lessini, fattore che ne limita le potenzialità come aperitivo ma lo esalta a tutto pasto, su piatti dove c’è bisogno di pulire il palato, come il baccalà alla vicentina, per restare in zona.

Monti Lessini nuova Mecca delle bollicine nostrane, dunque? Le potenzialità e, adesso, la lungimiranza dei produttori non mancano. Il limite resta quello geografico: appena 400 ettari di coltivazione che, a meno di snaturare il prodotto, non possono certo supportare una produzione di massa.