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Blade Runner è adesso, quando la fantascienza diventa presente

Il capolavoro di Scott dell’82 aveva previsto quasi tutto: clima impazzito, intelligenza artificiale e videochat. Kubrick il visionario aveva anticipato le videochiamate e Asimov aveva capito che le macchine avrebbero preso il posto degli umani

di CHIARA DI CLEMENTE
Ultimo aggiornamento il 5 novembre 2019 alle 08:59
Il monologo dell’attore Rutger Hauer in Blade Runner: "Ho visto cose che voi umani..."

Roma, 5 novembre 2019 - Sul clima impazzito ci aveva preso in pieno: certo, la Los Angeles del novembre 2019 inventata nell’82 da Ridley Scott per il film Blade Runner era perennemente oscura e torturata da una sporca pioggia incessante, mentre la Los Angeles di oggi è invece perennemente minacciata dalla furia del fuoco e dall’esplosione indomabile della siccità. Siamo agli opposti, ma il concetto è lo stesso: l’ecosistema è alla deriva, non si discute, come è una certezza che le vite di chi abita quella metropoli, e mille altre metropoli, siano immerse nel caos di una solitudine più corrosa che ingentilita dall’impiego massiccio delle risorse tecnologiche.

Nel film, Harrison Ford era – dietro il bavero alzato di un impermeabile da detective hard boiled anni ’50 – Rick Deckard, cacciatore di androidi ovvero robot in tutto e (quasi) per tutto indistinguibili dagli umani. Robot di quel livello oggi non ci sono: anche perché si parla di esempi altissimi, tipo il Rutger Hauer-Roy Batty che piange i ricordi dei bastioni di Orione e delle porte di Tannhäuser persi nel tempo come le sue lacrime perse nella pioggia al momento della morte... Robot di tale livello non ci sono, oggi, ma algoritmi che con il deep learning stanno iniziando a imparare a sognare sì (e il racconto di Philip K. Dick dal quale il film è tratto si interroga tra l’altro su questro: Do Androids Dream of Electric Sheep?, gli androidi sognano la pecora elettrica?); così come esistono oggi gli assistenti vocali computerizzati Siri o Alexa, profetizzati dal film nei macchinari elettronici ai quali Deckard impartisce ordini a voce.

Rispetto al film Blade Runner oggi mancano le automobili volanti, ma non mancano le videochiamate, quelle anticipate pure dal più visionario di tutti, il Kubrick di 2001 Odissea nello Spazio, il kolossal che nel ’68 non solo anticipò di un anno la conquista dell’uomo della Luna, ma di almeno tre il lancio di una prima stazione spaziale, poi ancora i computer parlanti (e perdipiù dolenti, vista la fine di Hal), i tablet, gli schermi d’intrattenimento per i passeggeri in volo e l’idea del turismo spaziale, cui ora lavorano Elon Musk con la sua Space X e Jeff Bezos con Blue Origin, ma che nel film di allora già esisteva e portava il vecchio logo Pan Am.

Profetica, visionaria: la fantascienza, quella creata al cinema come quella inventata da scrittori relegati per decenni nei bassi ranghi del sottogenere letterario, ha raccontato nel recente passato quasi tutto il nostro presente, dalla figurine più strampalate al boom dell’intelligenza artificiale e ai più inquietanti interrogativi etici e filosofici. Lo ha fatto Asimov con la sua hard science fiction, basata su fondamenta scientifiche, fin dagli anni ’50. È stato lui a preconizzare che tanti lavori tradizionali sarebbero scomparsi sostituiti dalle macchine, che l’insegnamento si sarebbe avvantaggiato dei linguaggi informatici, che gli elettrodomestici avrebbero fatto il caffè, preparato da soli cena e colazione e che l’alienazione della noia avrebbe attanagliato l’umanità. È stato Asimov a inventare le tre leggi sulla robotica (la prima: Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno) sulle quali ancora oggi ci si basa. Mentre mettendole in discussione sono nati i capolavori di Arthur C. Clarke e dello stesso Dick: è grazie a Blade Runner – come scrive Carrère – che intravediamo un abisso che fa parte di noi e che nessuno ancora aveva scandagliato, e questo nel momento del grido di dolore dell’androide che scopre la sua condizione. Orrore assoluto, senza rimedio, né consolazione perché è solo l’empatia (ciò che San Paolo chiamava carità) a definire l’essere umano. E se l’empatia definisce l’umano, gli androidi potranno esserne mai dotati?

Sicuramente, secondo il George Orwell di 1984 (scritto nel 1948) dell’empatia gli umani possono essere deprivati. Nel mondo orwelliano alle persone non è permesso avere una vita propria e tutto ciò che gli uomini fanno, o pensano, viene controllato; il governo o Partito, è capeggiato dal Grande Fratello; nel caso in cui la Psicopolizia scopra che qualcuno ha commesso il crimine di un pensiero autonomo, o di un vietatissimo sentimento d’amore – come accade al protagonista Winston – si viene riprogrammati: è allora che 2+2 sarà uguale a 5. Non a caso bisogna utilizzare la Neolingua, ideata per eliminare ogni significato dal linguaggio, sempre meno vocaboli (vi ricorda qualcosa?) al fine di dire sempre meno e che quel meno sia sempre più vuoto. Lo scopo – nel romanzo – era il controllo mentale. Oggi non avviene già coi social o il riconoscimento facciale?

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