Era il 1975. Gustavo Thoeni era campione del mondo di sci. Nelle scuole, in un’Italia sospesa fra conservazione e rivoluzione, si picchiavano fascisti e comunisti. Erano anni di terrorismo, Brigate rosse e Ordine nuovo. Gli americani si ritiravano dal Vietnam, Muhammad Ali era ancora il più grande. Nella notte fra il 29 e il 30 settembre, i corpi di due ragazze vengono tirati fuori dal bagagliaio di una 127 bianca. Una di loro è ancora in vita. L’altra è morta. Sono due ragazzine. Sono state attirate in una villa da tre ragazzi poco più grandi di loro. Le hanno violentate, picchiate, drogate, massacrate, colpite con una spranga di ferro. Una la hanno annegata in una vasca.

I tre erano ragazzi della ricca borghesia romana, figli di papà. Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, che umiliarono, seviziarono, massacrarono Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, uccidendo quest’ultima senza accorgersi che la prima era ancora viva. Avevano fatto le superiori in una buona scuola, una scuola cattolica maschile in cui maturò tutto. Da questa vicenda, e dal librofiume di Edoardo Albinati, loro ex compagno di scuola, che la esplora – La scuola cattolica, premio Strega 2016 (Rizzoli) – prende le mosse l’omonimo film di Stefano Mordini presentato ieri fuori concorso alla Mostra del cinema, in sala dal 7 ottobre.

Una delle vittime di quel delitto, quella che si salvò, Donatella Colasanti, è interpretata nel film da Benedetta Porcaroli. Era la protagonista della serie Baby, in cui era un’adolescente della Roma bene finita in un giro di prostituzione.

Benedetta Porcaroli alla Mostra del Cinema di Venezia (Ansa)

Benedetta cosa, in particolare, la preoccupava di questo ruolo?

"Ho avuto paura di non essere capace di restituire a Donatella quella luce, quell’innocenza, quella purezza che si portava dietro. Ho avuto paura di non raccontarla con il dovuto rispetto, con la giusta attenzione al personaggio reale".

Recitare tutto ciò come è stato?

"Molto complicato. Ho dovuto interiorizzare un’esperienza che per fortuna non ho mai dovuto vivere. Insieme al regista e a tutto il cast, siamo stati come trascinati, come travolti. Ci eravamo presi la responsabilità di parlare di una violenza che è accaduta, e che continua ad accadere. Ed è stata dura. Mi sono chiusa nella mia intimità, come se i miei occhi guardassero dentro di me".

Ci sono anche delle scene in cui viene costretta a spogliarsi dai suoi violentatori. Immagino siano state scene molto delicate da fare.

"Costringere una persona a spogliarsi è l’estrema umiliazione di un individuo, e un’emblematica metafora della sopraffazione del più debole. Quando al mio personaggio viene chiesto di spogliarsi, per la prima volta ho sentito il mio corpo che si è bloccato: non riuscivo a togliermi quei vestiti. Non ho imbarazzi da attrice, perché tutto è funzionale al film: ma ho sentito il mio corpo che si irrigidiva, che sentiva la violenza di quel gesto".

Qual è il senso, oggi, del raccontare questa storia?

"Sento doveroso e necessario che sia raccontata alla mia generazione. Ancora oggi le sentenze ai processi di stupro sono ricche di stereotipi sessisti; ancora oggi si sente dire quando ci sono vicende del genere 'come era vestita', o se era ubriaca. Le donne fanno ancora fatica ad essere credute".

Conosceva la vicenda?

"Frequentando il Circeo da quando sono piccola, ne avevo sentito parlare. Il film ci riporta indietro nel tempo, ma la verità è che quello che viviamo tutti i giorni è molto simile. Quello che manca è l’educazione sentimentale. È stato doveroso portare in luce questa storia, necessario per la mia generazione e per tutti noi. Spero di aver restituito a Donatella un po’ di giustizia".