Ildegarda di Bingen, la mistica medievale che volle farsi compositrice e prestò le sue note a Dio, superando i divieti della Chiesa. Fanny Mendelssohn, la virtuosa del pianoforte a cui il padre scrive: dovresti applicarti all’unico lavoro che si addice a una ragazza, fare la donna di casa. Anna Maria Cecilia Sofia Kalogeropoulos, in arte Maria Callas, la voce irripetibile che un giorno si spezzò perché orfana d’amore. Musiciste geniali, compositrici innovative, interpreti sublimi. Appartenute a epoche diverse ma unite dallo stesso destino: erano delle ribelli. "Senza queste donne appassionate forse oggi non potrei salire sul podio", spiega Beatrice Venezi, lucchese di trent’anni, la più giovane direttrice d’orchestra d’Europa. Talentuosa e determinata, è stata capace di farsi largo in un mondo di soli uomini o quasi. Sgomitando senza paura. Debitrice verso chi l’ha preceduta in trincea, la Venezi ha scritto un libro intitolato Le sorelle di Mozart (Utet). Vite di donne tenute ai margini, spesso sottovalutate, estromesse dalla storiografia ufficiale declinata al maschile. Figlie di, mogli di, sorelle di. Alla ricerca di un posto dove brillare di luce propria, mai più...

Ildegarda di Bingen, la mistica medievale che volle farsi compositrice e prestò le sue note a Dio, superando i divieti della Chiesa. Fanny Mendelssohn, la virtuosa del pianoforte a cui il padre scrive: dovresti applicarti all’unico lavoro che si addice a una ragazza, fare la donna di casa. Anna Maria Cecilia Sofia Kalogeropoulos, in arte Maria Callas, la voce irripetibile che un giorno si spezzò perché orfana d’amore. Musiciste geniali, compositrici innovative, interpreti sublimi. Appartenute a epoche diverse ma unite dallo stesso destino: erano delle ribelli.

"Senza queste donne appassionate forse oggi non potrei salire sul podio", spiega Beatrice Venezi, lucchese di trent’anni, la più giovane direttrice d’orchestra d’Europa. Talentuosa e determinata, è stata capace di farsi largo in un mondo di soli uomini o quasi. Sgomitando senza paura. Debitrice verso chi l’ha preceduta in trincea, la Venezi ha scritto un libro intitolato Le sorelle di Mozart (Utet). Vite di donne tenute ai margini, spesso sottovalutate, estromesse dalla storiografia ufficiale declinata al maschile. Figlie di, mogli di, sorelle di. Alla ricerca di un posto dove brillare di luce propria, mai più riflessa.

Una condizione ancora attuale?

"Tremendamente attuale. Il mondo della musica è vecchio. È discriminatorio e convenzionale, retto da pregiudizi e stereotipi. Fa testo la frase di Thomas Beecham, fondatore della London Philharmonic Orchestra: non ci sono donne compositrici, non ci sono state e non ci saranno mai. Era il 1920, cent’anni dopo le cose non sono cambiate granché".

Eppure lei è una star, dirige la Nuova Scarlatti di Napoli, l’Orchestra della Toscana e l’Orchestra Milano Classica, fa concerti in tutto il mondo.

"Non è stato facile arrivarci. Non lo è mai, intendiamoci: servono doti naturali, attitudine allo studio, forza di volontà, resistenza. Ma per le donne è due volte più difficile".

Lei è bella, brava, giovane. Ha grande visibilità mediatica. Che cosa le rimproverano?

"Tutto questo. Nei Paesi anglosassoni e scandinavi la parità di genere nella musica è un dato acquisito. Da noi no, siamo intrisi di maschilismo. Attorno alla cultura c’è il potere riservato agli uomini, i posti liberi sono eccezioni".

Chi sono gli avversari?

"Sovrintendenti, direttori artistici, critici: molti hanno una visione stantia e antiquata. Per esempio il fatto che io stia sui social non è per nulla gradito".

Secondo lei è importante?

"Ho 45mila follower su Instagram. Un pubblico di giovani che dobbiamo avvicinare alla musica classica, spiegando che quello è un luogo mentale di libertà e leggerezza anche se basato su tradizione e regole rigide. Apriamo i teatri, i tendoni, le piazze: se non catturiamo questi ragazzi non c’è futuro. Bernstein, il mio modello, è stato un grande comunicatore. Non si vive solo di velluti rossi".

E l’educazione musicale a scuola?

"Lasciamo stare. Il ministero mette in mano agli alunni delle elementari un flauto di plastica e stop. Ma i più piccoli sono vasi vuoti da riempire con estrema cura. Vanno emozionati e sorpresi, educati al suono e all’ascolto. Così sviluppano voce e orecchio".

Ha capito da bambina che la musica sarebbe stata il suo viaggio?

"Non sono figlia d’arte. Ho cominciato con il pianoforte a sette anni ed è stata una folgorazione. Poi ho frequentato il Conservatorio di Milano e l’Accademia Chigiana. Ho studiato con Norberto Cappelli, Vittorio Parisi, Gelmetti, Giani Luporini. E Piero Bellugi, a lui devo tutto. Un percorso splendido".

Delusioni?

"La bocciatura per l’ammissione al corso di composizione. Mi sono rifatta più tardi, ma continuo a pensare che quel posto toccasse a me".

Spaziare tra i repertori: è questo che piace di lei ai ragazzi?

"La musica bella è bella tutta. Classica, sinfonica, operistica. Pop, rock, elettronica. Pavarotti ha mostrato che non esistono barriere alla sperimentazione. Molti della mia generazione sono ostaggio di una formazione accademica polverosa: serve più coraggio".

Anche la lirica può essere pop?

"Moderna certamente sì. La bohème somiglia a una puntata di Friends. Carmen è il simbolo della lotta alle violenze. Non parliamo di Tosca. E Michieletto ha costruito uno straordinario Rigoletto in forma cinelirica".

Lei è andata oltre: fa la giurata per Amadeus a Sanremo Giovani. Scelta audace?

"Mi diverto. È il riconoscimento del Festival alla musica cosiddetta seria, attraverso la mia presenza".

Ha una playlist?

"Ne ho due. Nella prima ci sono il mio romantico e amatissimo Puccini e la rockstar Paganini. Nell’altra le canzoni del cuore da adolescente: Sara di Venditti, Pino Daniele con Vulesse essere allero. Mi sono rimasti in testa Spice Girls e Backstreet Boys, le prime infatuazioni".

Sul podio si fa chiamare direttrice e maestra?

"Io sono un direttore d’orchestra. M’interessa la sostanza, non la forma. Il merito, non le quote rosa. La dizione al maschile è perfetta: dialogo con i musicisti esattamente come un uomo".

Ma non si veste come un uomo.

"Sono una donna, con i tacchi e il trucco anche quando dirigo. E non porto i pantaloni".

Qualche sua collega storce il naso...

"Lo so e mi dispiace. Siamo così poche, servirebbe solidarietà fra noi. Non credo che presentarsi in abito da sera distragga il pubblico dal concerto".

Però i suoi vestiti sono uno spettacolo nello spettacolo: preferisce il rosso fiamma o il nero lamé?

"Dipende dalle occasioni. Il rosso mi attrae, è allegro con fuoco".

Bacchetta o mani nude?

"Non c’è una regola. Mi esprimo meglio con le mani. La bacchetta è un prolungamento del braccio, amplifica il gesto: un riferimento importante per gli orchestrali".

Quante rinunce ha fatto per quel podio?

"I sacrifici sono stati tanti. Le amicizie, l’amore, la settimana senza sabato e domenica. Ma non cambierei una virgola di quello che ho fatto".

E un compagno accanto? Un figlio?

"Non mi tiro indietro. Quando succederà, mi farò trovare pronta. E almeno per un po’ dirò buonanotte ai suonatori".