16 mar 2022

Autobiografia di una generazione. Ruggeri: "La rivoluzione sono io"

Enrico torna con un nuovo album che racconta l’Italia dal boom economico a oggi

andrea spinelli
Magazine
Enrico Ruggeri, 64 anni
Enrico Ruggeri, 64 anni

"Il cantante deve registrare la voce senza il foglio del testo davanti": al nono punto del decalogo della buona musica stilato da Enrico Ruggeri per le registrazioni del nuovo album La rivoluzione, sul mercato da venerdì, è spiegato quello che già s’intuisce al primo ascolto di queste 11 canzoni. Una raccolta di storie scritte con la mente alla foto virata nostalgia assieme ai compagni del liceo Berchet (anno scolastico ‘73’74) messa in copertina, a cui offre il suo contributo pure Francesco Bianconi, coprotagonista di Che sarà di noi.

Enrico, guardiamo la foto.

"Li ricordo ancora tutti. In prima fila, ad esempio, c’è Carmelo, quello che mi ha insegnato il giro di do sulla chitarra. Oggi è il mio medico di base. Quello in ultima fila con la pipa, invece, si chiama Carlos ed è il responsabile italiano della Deutsche Bank".

La rivoluzione è un album generazionale?

"La mia è stata una generazione che come nessun’altra ha vissuto mille cambiamenti: dal boom economico alla Lotta Armata, l’eroina, l’Aids che portò a una retromarcia nella liberazione sessuale. Siamo partiti da Carosello e ci siamo svegliati con le bombe di piazza Fontana. Siamo passati dalle lettere ai gettoni telefonici, agli smartphone. Una generazione simbolo, di ribelli che sono ancora qui a fare sentire la loro voce".

Ed è un album figlio della pandemia.

"Quando mai, in condizioni normali, avrei potuto concedermi sette ore di lavoro al giorno per quattro mesi?".

Il risultato è stato il romanzo Un gioco da ragazzi e, appunto, questo nuovo disco in studio.

"Già il primo disco da tre anni, nato dalla gran voglia di stare assieme alla band e di cercare con lei il Santo Graal del musicista, ovvero il suono esatto che hai in testa senza accontentarti mai. Forse in passato ho avuto troppa frenesia di pubblicare un disco all’anno invece che uno ogni due, meditandolo magari un po’ di più".

La mia libertà parla di suicidio tra "riflessi pavloviani" e verbi "mitridatizzati".

"L’ispirazione sono le ultime lettere di Jacopo Ortis. E le espressioni sono usate in forma provocatoria per sottolineare che la differenza tra la canzone di ieri e di oggi la fa il lessico; un tempo si attingeva da un vocabolario di 50.000 parole, mentre oggi di 500".

Lei che ha scritto canzoni come Lettera dal fronte o Senza terra sui profughi, come vive questi tempi?

"Nella guerra in corso non vedo i buoni. Ogni atteggiamento aggressivo che implica la tragedia di migliaia di persone è scellerato. Ma tutto ruota attorno a dei macrosistemi che non tengono conto della gente".

Qual è il ruolo della canzone in questo frangente (se un ruolo ce l’ha)?

"Un tempo la canzone parlava alle persone. I bed-in di Lennon e Yoko Ono o brani come Give peace a chance hanno avuto un peso enorme sulle coscienze giovanili ai tempi della Guerra del Vietnam. Duro a dirsi, ma oggi la frase di un influencer vale probabilmente più di una di Guccini. E devi stare attento perché se prendi posizione il sistema te la fa pagare cara. Troppo cara".

 

 

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