In una voce così ci si può anche perdere. Ma Antonella Ruggiero non ha mai abusato del suo essere donna di vertigini, scartando di lato il pop a pronta presa degli esordi per percorrere le strade che l’istinto, gli appetiti, le buone frequentazioni, le suggerivano. Un album come il recente Empatía, ad esempio, registrato un anno fa a Padova, nella Basilica di Sant’Antonio, spaziando da arie sacre a frammenti del repertorio di Fabrizio De André, alla Cavallo bianco dei Matia Bazar o a quella Echi d’infinito di Kaballà e Mario Venuti con cui partecipò al Festival di Sanremo nel 2005. Quindici momenti di passione e spiritualità incisi dal vivo rimuovendo, però, l’afflato del pubblico per conferire al tutto una nitidezza simile a quella della sala di registrazione. Empatìa va considerato un album in studio o live? "Sicuramente dal vivo, perché l’ho registrato nella basilica...

In una voce così ci si può anche perdere. Ma Antonella Ruggiero non ha mai abusato del suo essere donna di vertigini, scartando di lato il pop a pronta presa degli esordi per percorrere le strade che l’istinto, gli appetiti, le buone frequentazioni, le suggerivano. Un album come il recente Empatía, ad esempio, registrato un anno fa a Padova, nella Basilica di Sant’Antonio, spaziando da arie sacre a frammenti del repertorio di Fabrizio De André, alla Cavallo bianco dei Matia Bazar o a quella Echi d’infinito di Kaballà e Mario Venuti con cui partecipò al Festival di Sanremo nel 2005. Quindici momenti di passione e spiritualità incisi dal vivo rimuovendo, però, l’afflato del pubblico per conferire al tutto una nitidezza simile a quella della sala di registrazione.

Empatìa va considerato un album in studio o live?

"Sicuramente dal vivo, perché l’ho registrato nella basilica l’8 febbraio, dunque poco prima che l’Italia si ritrovasse blindata. Credo che abbia anche un significato simbolico. Anzi, un doppio significato visto che il concerto inaugurava Padova capitale europea del volontariato 2020".

L’accompagnamento passa dall’arpa all’arciliuto al vocoder.

"Una scelta che ho fatto dal ’96 in poi, quando con la mia etichetta ho iniziato a fare quel che mi suggeriva la mente incrociando passato e presente pure a livello sonoro, per sfuggire alla ripetitività e all’omologazione. Anche perché con Roberto Colombo (suo marito, ndr) c’è questa visione della musica molto, molto allargata".

Il box di Quando facevo la cantante ha messo un punto sul passato nell’attesa di andare a capo?

"No, nel mio cammino non c’è mai stato un vero punto e a capo, ma una prosecuzione anche se con modalità diverse. Quando la musica immergendoti nei suoni riesce a darti delle suggestioni, uno stupore, non conta se è popolare, antica, sacra, bandistica".

La fine del sodalizio coi Matia Bazar un punto l’ha messo.

"Ho cambiato strada perché, dopo 14 anni d’attività, non avevo più alcun interesse per la routine disco-tournée a cui ti costringe il ruolo di cantante in un gruppo di successo. Il lavoro mi ha portato alla scoperta di genti e latitudini, in posti legati a mondi che non ci sono più. In Unione Sovietica, ad esempio, o nel Cile di Pinochet. Ma anche in Medio Oriente dove nei momenti di silenzio del sound check potevi anche sentire il fragore delle bombe in lontananza. Una volta finito tutto questo, mi sono fermata sette anni per riordinare le idee e poi ho ripreso, anche se con altre modalità".

Sedici album da solista. Li rifarebbe tutti così?

"Assolutamente sì, perché ho fatto tutto con convinzione. Non cambierei una virgola".

Perché De André accanto alle arie sacre?

"Perché Genova è mia come di De André; una città con una sua poesia capace di farti volar lontano, ma anche riflettere. E poi un pezzo come Crêuza de mä mi riporta ancora alla mente la ragazzina che si perdeva tra i caruggi rincorrendo i suoi sogni".

Di Faber c’è pure l’Ave Maria de La buona novella.

"In omaggio a tutte le donne, ancora oggi oggetto di abusi inconcepibili. Basta pensare che durante il confino a cui ci ha costretto la pandemia, le richieste di aiuto ai numeri antiviolenza sono quasi raddoppiate".

Oggi, però, vive tra Montevecchia e Berlino.

"Sono sbarcata a Milano nel ‘70, per poi trasferirmi in Brianza e poi alla scoperta di Berlino: mi piacciono i luoghi in cui la natura è molto presente, senza non potrei vivere. Nella capitale tedesca ho cantato un programma di musica ebraica pure alla Rykestrasse, una tra le più importanti sinagoghe sopravvissute la Notte dei cristalli".

In Registrazioni moderne rileggeva il suo passato Matia con diverse realtà emergenti del tempo. Venticinque anni dopo mai pensato di ripetere l’operazione?

"No, per mancanza di materiale umano. Oggi nella musica c’è un’omologazione e una ripetitività nei suoni, nei testi, negli atteggiamenti, tali da togliere qualsiasi slancio ad operazioni del genere. Nel passato c’è musica talmente straordinaria che prima di stupirsi oggi ce ne vuole. A mio avviso tutto s’è fermato verso la fine degli anni Ottanta, con il primato della tecnologia sull’ispirazione".

Due secondi posti consecutivi a Sanremo, nel ’98 e ’99. Rimpianti?

"Conoscendo bene i meccanismi di quello strano mondo che è il Festival, penso che mi sia andata fin troppo bene. In Italia la musica è un’arte spesso trascurata, ma c’è Sanremo e tutti in cuor loro sognano prima o poi di andarci".