Andrea Camilleri (Alive)
Andrea Camilleri (Alive)

Roma, 18 luglio 2019 - Andrea Camilleri dunque, ci ha lasciati. Lui, il padre di Salvo Montalbano, il caso editoriale degli ultimi vent’anni (per capirsi: nel 2009 era arrivato a 21 milioni di copie vendute solo in Italia). Il siciliano che aveva ‘inventato’, proprio per le avventure del commissario di Vigàta, una lingua letteraria nuova e sublime. Lui, già sceneggiatore di telefilm che hanno segnato la storia della tv come il tenente Sheridan o Maigret. Il grande cultore di cose teatrali. Lui, che rivendicava il suo essere di sinistra senza nascondere il passato fascista. Senza strologare sullo scrittore che, secondo canoni preistorici, ha da essere per forza «impegnato»: un suo famoso collega lo accusò di aver ‘tradito’ Leonardo Sciascia e la tradizione dei grandi scrittori di Trinacria sempre improntata all’impegno civile... Lui, amato per Montalbano, ma autore di romanzi storici e psicologici di rara bellezza, Il tailleur grigio su tutti.

La vigilia dell’uscita dei suoi libri (specie quelli stampati dalla palermitana Sellerio) era un’attesa giocosamente infantile, come le ore che mancavano a una nuova puntata di Montalbano in tv erano di febbrile attesa per stare in pace, lontano da tutti gli affanni del nostro, a volte, grigio quotidiano. Perché, in fondo, Camilleri officiava, come un sacerdote laico, a una funzione, semplice ed essenziale: emozionare, regalandoci storie senza mai prendersi troppo sul serio.

E dire che il Maestro – quando lo chiamavamo così si metteva a ridere e pronunciava affettuosi insulti – aveva raggiunto il successo tardi assai (in questo seguendo un altro grandissimo siciliano: Gesualdo Bufalino, salito alle più alte vette letterarie a 61 anni con Diceria dell’untore). Per la precisione nel 1994, prima avventura di Montalbano: La forma dell’acqua. Non che prima non avesse scritto. Anzi. Ma senza riuscire a pubblicare nulla. Tutti gli rimandavano indietro i manoscritti. Solo Lalli, editore a pagamento, accettò. E Il corso delle cose andò in libreria. Camilleri però non tirò fuori una lira – correva l’anno 1978 – perché Lalli disse: «Il suo testo diventerà uno sceneggiato televisivo, no? Se lei, nei titoli di testa o di coda, mi cita, non le faccio pagare nulla». Affare fatto. 

Ma come descrivere le sue doti principali? Come contestualizzare la sua arte, avrebbe detto il suo caro amico Leonardo Sciascia? Come capire il metodo di lavoro, il laboratorio dello scrittore? Impossibile dirlo con certezza. Di sicuro spiccava una cura maniacale per la scrittura e la trama, sempre attraversate da fortissima ironia.

Vuoi per il dolore, vuoi perché l’universo di Camilleri è davvero infinito, ci vengono alla memoria tantissimi ricordi. Per esempio, il rapporto con le donne, la rappresentazione che lui ne fa – e ancora citiamo a esempio Il tailleur grigio. Tanto da rispondere così a Marcello Sorgi in un aureo libretto scritto a quattro mani e pubblicato da Sellerio (La testa ci fa dire): le corna? Sono «spesso una forma di reazione alla condizione di repressione in cui si trovano a vivere le donne. Io cerco di descrivere una fantasia femminile, e la descrivo per come posso immaginarmela».

E poi, i sentimenti. Come l’invidia. «Non ho mai invidiato nessuno». Quando Umberto Eco spopolò con Il nome della rosa Camilleri brindò perché era una vittoria della patria letteraria. Anni e anni prima, si sottopone a una prova delicatissima: a dieci anni in Sicilia ci si misura il pene. «C’erano compagni miei, figli di pescatori, dei quali avrei dovuto crepare d’invidia. Invece, non li ho mai invidiati». ‘Alto’ e ‘basso’, mescolati con spiritosa sapienza.
Resterebbe da parlare della sua passione per il teatro. Del fatto che Camilleri era uno dei supremi conoscitori dell’opera di Luigi Pirandello tanto che le sue riflessioni in Biografia del figlio cambiato, anche a livello accademico, hanno incontrato un successo incredibile. Basta così. Non resta che fare le condoglianze. Alla famiglia. Ai suoi editori (Sellerio in primis). Ma, soprattutto, a tutti noi. Come faremo senza di te, Maestro? Ci par di sentire un insulto affettuoso...