"Amare significa non dover mai dire mi dispiace" sussurra al cinema Ali MacGraw morente di leucemia al fidanzato Ryan O’ Neal nella drammaticissima Love Story diretta da Arthur Hiller. Era il 16 dicembre 1970 – 50 anni fa – quando la pellicola uscì, diventando in breve un’icona dell’amore meraviglioso e disperato. E quella frase, la summa teologica del sentimento senza confini, che non ha dubbi né compie errori, che tutto travolge con il suo afflato di perdono a prescindere, passione e bontà. C’è chi ci ha creduto, complice il fuoco sacro ispirato da una coppia di due superstar all’epoca all’apice di giovinezza e bellezza. C’è chi non ci ha mai fatto tanto affidamento anche perché, nella vita quotidiana, non può non scappare uno "scusami" o un "mi dispiace" all’amato di turno. Non è un caso allora che...

"Amare significa non dover mai dire mi dispiace" sussurra al cinema Ali MacGraw morente di leucemia al fidanzato Ryan O’ Neal nella drammaticissima Love Story diretta da Arthur Hiller. Era il 16 dicembre 1970 – 50 anni fa – quando la pellicola uscì, diventando in breve un’icona dell’amore meraviglioso e disperato. E quella frase, la summa teologica del sentimento senza confini, che non ha dubbi né compie errori, che tutto travolge con il suo afflato di perdono a prescindere, passione e bontà.

C’è chi ci ha creduto, complice il fuoco sacro ispirato da una coppia di due superstar all’epoca all’apice di giovinezza e bellezza. C’è chi non ci ha mai fatto tanto affidamento anche perché, nella vita quotidiana, non può non scappare uno "scusami" o un "mi dispiace" all’amato di turno. Non è un caso allora che tutta quella romantica sicurezza dell’amore eterno si scontri, solo pochi anni dopo, con il film Come eravamo (di Sidney Pollack, 1973) in cui i protagonisti, una combattiva Barbra Streisand e un Robert Redford promettente scrittore che si arruola in marina, vivono la loro passione tra scontri e liti al fulmicotone che lasciano ancora i brividi agli spettatori.

Lacrime d’amore? Ci sono quelle delle coppie che scoppiano: nel 1979 in Kramer contro Kramer Meryl Streep e Dustin Hoffman si contendono con le unghie e con i denti la custodia del loro figlio ancora bambino salvo poi arrendersi a impeti di tenerezza post-coniugale. Ma nel 2019 la stessa problematica in Storia di un matrimonio è declinata da Scarlett Johansson e Adam Driver con meno vezzi romantici e molte più realistiche nevrosi e crudeltà.

Ancora lacrime d’amore? Continuano a farle sgorgare a fiumi, a Hollywood, gli epigoni di Love Story che puntano furbissimi sul connubio amore-malattia: in Autumn in New York (2000), lui (Richard Gere) è un uomo maturo, lei (Winona Ryder) una giovane destinata a spegnersi per un tumore; un “classico” che fa ancora presa pure sulle generazioni più giovani, se pensiamo all’enorme successo tutto adolescenziale di Colpa delle stelle, 2014, con Hazel e Gus (Shailene Woodley e Ansel Elgort) che si scoprono innamorati in un gruppo di supporto per ragazzi malati di cancro.

"Amare significa non dover mai dire mi dispiace". Invece, sono proprio le scuse invocate dal ricchissimo Richard Gere (ancora lui) su un cavallo bianco tra i cementi di Los Angeles, quelle che convincono la Pretty Woman prostituta ravveduta Julia Roberts a capitolare, e a far trionfare per sempre il lieto fine inverosimile ma ovviamente immancabile di una delle favole più amate della storia del cinema, perenne record di incassi e di ascolti tv, dal 1990 a oggi. Così come se non ci fossero le scuse e i mi dispiace di lui a lei, non esisterebbe nemmeno la magia del Lato positivo (2012) diretto da David O. Russel, con Jennifer Lawrence premio Oscar per migliore attrice e Bradley Cooper, due anime sofferenti e disadattate che in un incontro sgangherato riescono, nel dolore, a dare forma al loro amore.

Perché è così, ormai: l’amore assoluto è raccontato negli ultimi anni in modi sempre più liberi ed estremi. Michael Haneke lo trasforma, in Amour (Palma d’oro 2012) nella sinfonia maledetta di tenerezza e violenza di due anziani (Trintignant ed Emmanuelle Riva); Guillermo del Toro nella Forma dell’acqua (Oscar 2017) lo fa vivere, fragile, incredibile ed emozionante, nel sentimento che nasce fra un’inserviente muta e un mostro marino.

"Amare significa non dover mai dire mi dispiace": difficile lo dicano oggi i tormentati, ribelli e soprattutto molto silenziosi adolescenti gay di Chiamami col tuo nome (2018) di Luca Guadagnino e della Vita di Adèle (Palma d’oro 2013). Di sicuro, a quella frase, non ci hanno mai pensato gli amici da una vita e innamorati di Harry ti presento Sally, 1989, con Billy Cristal e Meg Ryan: troppo ironici. Gli unici rimasti a crederci sono forse gli amanti del brivido bondage, i protagonisti della saga delle Cinquanta sfumature. Per come hanno preso sul serio il loro lato ludico-erotico, potrebbero non essere mai stati sfiorati dall’idea di dire: "mi dispiace".