Sono ancora favolacce. Sono le cantine dell’anima, della mente: sono il sottosuolo della coscienza, i luoghi che i fratelli D’Innocenzo esplorano in America Latina, il loro film presentato ieri, in corsa per il Leone d’oro, alla Mostra del cinema di Venezia. Qui Elio Germano – già protagonista di Favolacce, Orso d’argento a Berlino – è un dentista che vive in una bella villa lontana dal caos, dove vedere crescere le sue due splendide figlie. Ma un giorno succede l’imprevedibile. Basta scendere qualche gradino, andare giù in cantina. Come accadeva in Parasite, il film vincitore dell’Oscar del coreano Bong Joon-ho, che quest’anno è presidente di giuria. 
I gemelli Fabio e Damiano D’Innocenzo, 33 anni, romani, si sono fatti spazio nel cinema d’autore italiano. Inquieti, autodidatti, cresciuti con i libri di Pasolini e di Bukowski, diplomati all’istituto alberghiero ma già appassionati di Scorsese e di Kubrick. Fanno film (esordio nel 2018 con La terra dell’abbastanza), ma scrivono anche poesie,e hanno pubblicato un libro di fotografie, per catturare "le cose scritte in minuscolo della vita". 

Come raccontereste il vostro terzo film?
"È un film così 'scuro' che è anche il nostro film più dolce. Una dolcezza che sta nascosta, che non viene esibita".

Dolce ma horror?
"Per noi è un film di sentimenti decisivi, semplici. Un film che racconta un uomo che non è un maschio-alfa, che non è un dominatore ma che è pieno di dubbi, di traumi. E come sempre nei nostri film ci sono l’abbraccio, il pianto, la morte, la vita".

Perché il titolo America Latina? 
"È semplice. L’America è il sogno: Latina, intesa come la città di Latina, è dove c’è la casa dei genitori nel film". 

Fotografie, poesie, cinema, presto una serie tv: ansia di comunicare?    
"Nasce tutto dalle difficoltà che abbiamo sempre avuto nel comunicare con gli altri. Essendo gemelli, abbiamo sempre vissuto parlandoci in codice, e questo ci ha tagliato fuori dal resto della società. Poi abbiamo scoperto il cinema, questa grande possibilità di esprimere quello che sentivamo. E la fotografia, e la poesia". 

Lo spettatore, anche quando scorrono i titoli di coda, non è sicuro di aver compreso bene ciò che è accaduto sullo schermo. Continua a rimanere in qualche modo disorientato…
"Perché per noi lo spettatore è importante: e vogliamo che sia lui a finire il percorso interpretativo. Non spiegare tutto è un modo per non far finire i film". 

Elio Germano è il dentista, padre di famiglia, che sprofonda nel sottoscala della sua coscienza. Elio, come è stato, questa volta, lavorare con i fratelli D’Innocenzo?
"È sempre una scoperta, è sempre una sorpresa lavorare con loro. Perché non seguono standard, ma fanno sempre cose impreviste, che non assomigliano a niente di quello che è stato fatto prima. Vivono e creano in assoluta libertà".

E la libertà dei fratelli D’Innocenzo si estende anche al vostro lavoro di attori? 
"Sì. Fabio e Damiano non danno indicazioni definitive, e io il mio personaggio l’ho inventato giorno per giorno. Non avevo i suoi gesti già in mente, prima di andare sul set: li ho creati lì, cercando la verità del personaggio. Sono andato alla ricerca del suo spaesamento, del suo sentirsi distaccato dalla realtà, della sua voglia di indagare su se stesso".