. Grande madre di Pietro dello scultore lombardo. Ugo Riva ( 1998/2006); a destra, Testa incasinata di Dario Tironi (2021)
. Grande madre di Pietro dello scultore lombardo. Ugo Riva ( 1998/2006); a destra, Testa incasinata di Dario Tironi (2021)
di Davide Rondoni In questa aria di omologazione dei corpi, di riduzione dell’umano a solo dato biologico, ad appendice istupidita di macchine “intelligenti“, in quest’era di trionfo dell’immateriale e della “distanza“ ho ideato una mostra di figure, corpi, materiali, insomma di scultura. Un gesto inattuale che apre la più strana manifestazione culturale italiana, il Meeting di Rimini, al via domani. "L’origine della scultura si perde nella notte dei tempi; questo ne fa un’arte da Caraibi… Brutale e positiva al pari della natura". Così dice Charles Baudelaire già nel 1846, citato da Beatrice Buscaroli nel testo di apertura. E appunto Natura umana si intitola questo gesto...

di Davide Rondoni

In questa aria di omologazione dei corpi, di riduzione dell’umano a solo dato biologico, ad appendice istupidita di macchine “intelligenti“, in quest’era di trionfo dell’immateriale e della “distanza“ ho ideato una mostra di figure, corpi, materiali, insomma di scultura. Un gesto inattuale che apre la più strana manifestazione culturale italiana, il Meeting di Rimini, al via domani. "L’origine della scultura si perde nella notte dei tempi; questo ne fa un’arte da Caraibi… Brutale e positiva al pari della natura". Così dice Charles Baudelaire già nel 1846, citato da Beatrice Buscaroli nel testo di apertura. E appunto Natura umana si intitola questo gesto estremo, con sei artisti esposti nella bella sede del PART in pieno centro della città leggiadra e greve del turismo.

Al visitatore si rivolge una questione antica e oggi così urgente che occorrerebbe versare tutte le "lacrime intellettuali" di cui parlava Pasolini e che sembrano scomparse o quasi dal panorama intellettuale italiano, ridotto perlopiù a stucchevole moralismo o a zerbino del pensiero mainstream sulla “natura umana“. La domanda che fa piangere e sospirare chi vive e chi muore: "A che immagine, a che oscura somiglianza"?", così recita il sottotitolo della mostra promossa da Accademia dei Silenti con la direzione di Etra - StudioTommasi. Ma a che livello si gioca questa immagine e somiglianza? Non è che guardandoci allo specchio rivediamo il volto di Dio!

Ammirando le terracotte di un maestro come Ilario Fioravanti, celebrato dalla migliore critica del Novecento (Paolucci, Testori), o le invenzioni tra sogno pittura gesto di Marianna Costi, gli agglomerati di reperti contemporanei di Dario Tironi, le teste di pirati metropolitani di Elena Mutinelli, le potenti di meraviglia e pena figure di Ugo Riva e i tronchi-visione di Palino Casadei, il visitatore si troverà a ammirare diversi esiti e direzioni della scultura contemporanea italiana, almeno di quella che non ha venduto l’anima e altro alla leggera triste ironia ripetitiva e al fruscio sterile della pecunia che non olet solo a nasi bruciati o lunghi.

Il visitatore insomma si troverà dinanzi a una strana gloria, a una galleria di figure umane che lo interrogano. Entrerà, figura umana, in mostra anch’egli tra quelle figure. A condividere una inquietudine.

Perché l’umana è effigie certo oggi miliardamente replicata, è continua ovvia materia di sperimentazione visiva tra potenti operatori dell’immaginario, così come lo fu sempre nei secoli e millenni, tanto quanto è, invece, in modo nuovo e inedito nella storia, la sua natura oggetto di sperimentazione occulta e manifesta in laboratori e in centri di potere. La domanda dunque intorno alla natura umana si fa urgente, come dimostra il proliferare di suffissi “bio“ non più solo davanti agli yogourt più “naturali“ (forse) ma anche davanti a discipline universitarie dalla filosofia alla letteratura all’arte. Da che punto di vista infatti l’umano può valutare la natura – in tutti i suoi aspetti e problemi – se non ha chiaro qualcosa, persino oscuramente, circa la propria natura?

Al grido di Leopardi "e io che sono?" occorre rispondere. Perché quel grido se lasciato senza risposta diviene, e sta già divenendo, la pista attraverso cui ogni sopruso sulla natura umana e sulla natura può accadere. Ma occorre un risposta abissale, aperta, quella che, cantava Dylan, è "nel vento" e che riaffiora nel gesto estremo di Rimini.