Giovedì 18 Luglio 2024
GIOVANNI BOGANI
Magazine

Addio Montaldo Il rivoluzionario gentile: un signore del cinema tra genio e leggerezza

Il regista (e attore) è scomparso a 93 anni: grande tra i grandi Lizzani e Pontecorvo. Ha esplorato i generi popolari, dal giallo allo sceneggiato tv. Ma denunciando le aberrazioni del potere: con “Sacco e Vanzetti“ su tutti.

Addio Montaldo  Il rivoluzionario gentile:  un signore del cinema  tra genio e leggerezza

Addio Montaldo Il rivoluzionario gentile: un signore del cinema tra genio e leggerezza

di Giovanni Bogani

È un grande dolore apprendere della morte di Giuliano Montaldo, per tutti quelli che lo hanno conosciuto, ne hanno apprezzato l’ironia, la leggerezza, la capacità di sdrammatizzare, la signorilità. A 93 anni, Montaldo era ancora un signore bellissimo, con i suoi profondi occhi azzurri. Lo "scatolone" – così amava chiamare il suo cervello – era ancora perfetto. "Il giorno in cui dovrò andare", ci aveva detto, col tono di chi con la vita ci gioca ancora ma non si fa illusioni, "mi immagino che il buon Dio abbia preparato per me un posto dove ritrovare gli amici: Lizzani, Scola, Pontecorvo, Monicelli, Dino Risi. E lì parleremo di cinema".

Il cinema. Che è stato, probabilmente, il suo secondo grande amore. Il primo, la moglie Vera. Inseparabili, tutta la vita. Recentemente, Giuliano ha raccontato la loro storia nel libro Un grande amore (La nave di Teseo). Quando Giuliano è morto, nella sua casa a Roma, Vera Pescarolo, la figlia Elisabetta e i suoi due nipoti Inti e Jana Carboni erano accanto a lui.

Montaldo era nato a Genova, nel gennaio 1930. Giusto in tempo per essere ragazzino nel momento più terribile della Seconda guerra mondiale. A 14 anni partecipa alla Resistenza: fugge dai tedeschi che lo hanno portato nel Sud d’Italia, disarma un ufficiale, si ferisce con una bomba rudimentale durante un’azione partigiana. La guerra finisce, e come tanti giovani ricchi solo di speranza e di fame se ne va a Roma. "Vivevo in casa di Gillo Pontecorvo. Eravamo così poveri che non avevamo i soldi per il tappo della vasca da bagno. La tappavamo con il piede, per fare il bagno". Qualche ruolo arriva però. Da attore. Con Carlo Lizzani, in Achtung! Banditi e in Cronache di poveri amanti, del 1954, dal romanzo di Pratolini. "Ma ero un attore legnoso, rigido", diceva di se stesso. Vuole fare il regista. Ci riesce nel 1961. Il primo film è coraggioso. È Tiro al piccione, la storia di un ragazzino che dopo l’8 settembre si arruola, convinto, nella repubblica di Salò. Cosa accaduta – per coerenza, per smarrimento – a molti della sua generazione. Ma la critica fa il tiro al piccione con Momtaldo: il Pci lo mette sotto processo.

"Volevo smettere col cinema", ma prosegue. Senza disdegnare generi popolari, come il giallo Gli intoccabili con John Cassavetes, ma soprattutto raccontando storie di discriminati, di oppressi, di sconfitti. Donandoci un capolavoro come Sacco e Vanzetti, del 1971, sulla vicenda dei due anarchici condannati ingiustamente a morte nell’America degli anni Venti, con la grandiosa interpretazione di Gian Maria Volonté e la splendida canzone di Morricone cantata da Joan Baez. Conquistato dalla bellezza di quel film, gli scrive anche l’allora presidente del Cile libertario e socialista, Salvador Allende. Montaldo conservava una sua lettera;: "Caro Montaldo, vorrei che lei facesse un film sul nostro esperimento sociale cileno". Non fece in tempo. Arrivò prima il golpe, sostenuto dalla Cia, che spezzò la vita di Allende e portò alla dittatura di Pinochet.

Montaldo continua, però, a raccontare la Storia. La lotta partigiana in L’Agnese va a morire con una meravigliosa Ingrid Thulin, l’intolleranza fascista ne Gli occhiali d’oro, da Bassani. E nel 1982 gira un kolossal in Marocco, Palestina, Cina e Mongolia: è il Marco Polo, la più grande avventura produttiva Rai fino ad allora che aprirà le porte della Cina alle troupes occidentali. Appassionato di musica, cura la regia di numerose opere liriche, da Turandot a Otello. Partecipa, con un breve ruolo da attore, al Caimano di Nanni Moretti, dirige nel 2011 "L’industriale" con Pierfrancesco Favino, poi si concede l’ultimo gioco, il guizzo che non ti aspetti. A 85 anni, recita alla perfezione il ruolo di un anziano signore gentile, sussiegoso, colto in Tutto quello che vuoi di Francesco Bruni, e vince il David di Donatello come miglior attore non protagonista. Uno dei pochi premi che il cinema italiano gli ha tributato.