21 gen 2022

ACAYA LIBERTÀ SENZA TEMPO

di Giuseppe Di Matteo

"E l’orologio segna un tempo fermo, dove secoli restano lontani ma vivono dentro la vecchia pietra". Il silenzio fiero di Acaya (Lecce), l’esempio più fulgido di città ideale del Meridione, risuona in questi versi di Oliviero Carlino, che dai locali è soprannominato ’l’Antico’. Sessant’anni e una vita spesa in questa minuscola e affascinante cittadella d’impianto militare a una decina di chilometri da Lecce, dove gestisce da quasi tre decenni una trattoria. Nel tempo libero si dedica alla poesia: gli bastano la panchina accanto alla chiesa di Santa Maria della Neve e un mezzo toscano acceso. "Acaya è la libertà". Lo dice con gli occhi lucidi, ma senza scomporsi. "Vivere qui è un sogno".

Un sogno al quale Gian Giacomo dell’Acaya, l’architetto di fiducia di Carlo V, tra il 1521 e il 1535 diede un’impronta tangibile. Da allora la cittadina porta il suo nome. La sua firma è visibile nelle geometrie perfette del reticolo viario, con strade rettilinee e ortogonali. Ed è figlia di un’idea precisa: trasformare un borgo agricolo in una fortezza di stampo rinascimentale. Cosa che fece attraverso la rifondazione della città attorno al castello di Segine (così si chiamava Acaya), costruito nel 1506 da suo padre Alfonso. Poi arrivarono le mura. L’imponente maniero è la sentinella architettonica del paese, che oggi conta 405 abitanti ed è una delle cinque frazioni del comune di Vernole.

Il picco, come racconta Fabio Isman in Andare per le città ideali (Il Mulino), venne raggiunto nel 1561: 550 anime. Una bellezza ancora incredibilmente intatta, sebbene infastidita da qualche auto di troppo e dalla mancanza dei servizi. La scuola materna è chiusa dal ’92. Nessuna farmacia, né ufficio postale, né bancomat. Se si escludono alcuni ristoranti e due minimarket, per qualsiasi necessità bisogna spostarsi nella vicina Strudà o a Vernole. E i giovani se ne vanno. "Vivere ad Acaya è come essere fuori dal mondo".

Claudio Rugge, 45 anni, di mestiere fa il pittore ma in passato ha lavorato anche come caricaturista per alcuni quotidiani. Acaya la coccola nelle sue mappe. Un lavoro chirurgico e certosino. "Per certi versi è positivo – prosegue – perché non vieni contagiato dai problemi del mondo esterno. Ma il rischio è quello di non sentirsi coinvolti". Chi prova a coinvolgere i turisti è Oronzina Malecore, curatrice della mostra archeologica al castello. La pandemia è stata una mazzata: "Prima del 2020 avevamo mille visitatori al mese; poi, il crollo".

Tradotto: lunghe chiusure e aperture del castello a singhiozzo. Per fortuna, dalla scorsa estate, le cose hanno cominciato ad andare un po’ meglio. Con un’importante novità: pare infatti che Acaya sia stata scoperta dai settentrionali. "Abbiamo avuto un boom di turisti provenienti dal Nord – sottolinea Malecore –. E molto lo dobbiamo al passaparola. Una bella soddisfazione". Ma parte del futuro di Acaya dipende anche dai soldi del Pnrr. "Abbiamo partecipato al bando per la riqualificazione dei borghi, che però ne finanzia uno per regione – spiega Francesco Leo, sindaco di Vernole –. Speriamo bene". A marzo se ne saprà di più. Oliviero intanto rientra in trattoria. "E cammino su questa piazza con gioia, attento quasi a nonsporcare la sua pelle". La parte finale della sua poesia, che guarda caso si chiama Custode. La legge, e la sua sagoma è già un puntino.

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