di Beatrice Bertuccioli La famiglia come un ring dove tutti le suonano agli altri di santa ragione, in un match senza fine e senza esclusione di colpi. Così vede e racconta la famiglia, quella dei Ristuccia, ma archetipo di tutte le famiglie, Gabriele Muccino nella prima serie da lui diretta (ma sembra sia già in cantiere una seconda stagione), tratta dall’omonimo film, A casa tutti bene. Completamente cambiato rispetto al film, il cast è guidato da Laura Morante e Francesco Acquaroli, e comprende tra gli altri Francesco Scianna, Silvia D’Amico e Simone Liberati. Dopo averla fatta debuttare come attrice nel film I migliori...

di Beatrice Bertuccioli

La famiglia come un ring dove tutti le suonano agli altri di santa ragione, in un match senza fine e senza esclusione di colpi. Così vede e racconta la famiglia, quella dei Ristuccia, ma archetipo di tutte le famiglie, Gabriele Muccino nella prima serie da lui diretta (ma sembra sia già in cantiere una seconda stagione), tratta dall’omonimo film, A casa tutti bene. Completamente cambiato rispetto al film, il cast è guidato da Laura Morante e Francesco Acquaroli, e comprende tra gli altri Francesco Scianna, Silvia D’Amico e Simone Liberati.

Dopo averla fatta debuttare come attrice nel film I migliori anni, Muccino ha voluto di nuovo la cantante Emma Marrone, brava anche in questa sua nuova esperienza come attrice. Dall’isola di Ischia, la storia di sposta a Roma, dove i Ristuccia hanno il ristorante San Pietro. Gli otto episodi della serie, presentati ieri in anteprima alla Festa del Cinema di Roma, andranno in onda a dicembre su Sky e in streaming su Now. La sigla della serie è firmata da Jovanotti, alla sua terza collaborazione con Muccino.

Muccino, perché fare una serie partendo da un film?

"Già mentre stavo girando il film, che nel 2018 è stato un grande successo, dicevo con gli attori: bisognerebbe farne una serie, non può finire così. Era la prima volta che mi succedeva ma sentivo che i personaggi avevano ancora un grande potenziale da esprimere, perché sono tutti noi, sono veri, autentici, dolenti. Sarebbe stato un peccato lasciarli sull’isola. E poi il film finiva in modo troppo pessimistico, era un finale crudele, implacabile, con quella partenza dall’isola che era una fuga. Mi interessava vedere cosa avrebbe fatto ciascuno di loro una volta tornato a casa, a Roma".

Una regia febbrile, come i personaggi. Com’è stato dirigere la sua prima serie?

"Inizialmente avevo pensato di dirigere soltanto due degli otto episodi. Poi, però, io ho un mio stile, un linguaggio personale e volevo che rimanesse lo stesso per tutta la serie. Così ho finito con il dirigere io tutti gli otto episodi e li ho diretti come fossero quattro film".

C’è un elemento ‘crime’ che rappresenta una novità nella sua filmografia.

"Il crime è un elemento che mi ha sempre intrigato ma non l’avevo mai affrontato. Questa volta ho voluto inserirlo e mi sembra che abbia funzionato molto bene".

Al centro della sua storia ancora una volta la famiglia, fonte soprattutto di infelicità.

"Non finirò mai di raccontare la famiglia in tutte le sue declinazioni, in quelle più scure ma anche in quelle più lievi, perché è da sempre alla base di tutto. Se non si coltivassero già lì aggressività, violenza, cannibalismo, se fosse un modello di unità e armonia, vivremmo in un mondo senza conflitti. Invece l’uomo non impara nulla dai propri errori, ha una smemoratezza cronica, una coazione a ripetere e così la famiglia continua ad essere, anche quella allargata, il teatro di dinamiche conflittuali. Nella famiglia continua ad esserci la stessa disperazione che racconta Cechov, a cui ho pensato mentre scrivevo il film, ma che si trova anche in Shakespeare e in Bergman. Tutto ciò che non genera amore, ovvero la gelosia, il tradimento, muove il dramma e quindi l’arte".