Napoleone detta le sue memorie, in un quadro di Karl August von Steuben
Napoleone detta le sue memorie, in un quadro di Karl August von Steuben
C’è chi è convinto che la tomba di Napoleone agli Invalidi non custodisca le spoglie dell’Imperatore ma quelle del suo maggiordomo Jean-Baptiste Cipriani, morto nel 1818. Lo sostiene Georges Rétif de la Bretonne in un libro intitolato Inglesi, restituiteci Napoleone! Lo ribadiscono gli storici Bruno Roy-Henri (L’enigma della riesumazione) e Franck Ferrand (La storia proibita). Fra il 1821 e il 1840 – sostengono – gli inglesi scoperchiarono la tomba di Napoleone nella Valle dei Gerani e trafugarono il corpo spedendolo a Westminster. Lì si troverebbe tuttora, murato in un punto segreto della basilica. Alla Francia vennero restituite invece le spoglie di Cipriani vestite con l’uniforme e il celebre bicorno. Motivo della macchinazione? Occultare la prova che Napoleone era stato avvelenato per ordine del suo carceriere, il generale britannico Hudson Lowe… La maschera mortuaria esposta al museo degli Invalidi non sarebbe autentica,...

C’è chi è convinto che la tomba di Napoleone agli Invalidi non custodisca le spoglie dell’Imperatore ma quelle del suo maggiordomo Jean-Baptiste Cipriani, morto nel 1818. Lo sostiene Georges Rétif de la Bretonne in un libro intitolato Inglesi, restituiteci Napoleone! Lo ribadiscono gli storici Bruno Roy-Henri (L’enigma della riesumazione) e Franck Ferrand (La storia proibita). Fra il 1821 e il 1840 – sostengono – gli inglesi scoperchiarono la tomba di Napoleone nella Valle dei Gerani e trafugarono il corpo spedendolo a Westminster. Lì si troverebbe tuttora, murato in un punto segreto della basilica. Alla Francia vennero restituite invece le spoglie di Cipriani vestite con l’uniforme e il celebre bicorno. Motivo della macchinazione? Occultare la prova che Napoleone era stato avvelenato per ordine del suo carceriere, il generale britannico Hudson Lowe…

La maschera mortuaria esposta al museo degli Invalidi non sarebbe autentica, afferma Bruno Roy-Henry nel sito internet empereurperdu.com: manca una cicatrice che l’imperatore aveva sulla guancia sinistra e che figura invece in un altro calco, realizzato dagli inglesi sul letto di morte di Sant’Elena nel maggio 1821. Esposto per anni in un museo di Londra, quindi scomparso nel nulla, il calco venne comprato a New York per 73.133 euro da uno sconosciuto a un’asta di Christie’s nel 2004. Come spesso accade con i protagonisti della storia, leggende e realtà si mescolano…

Erano le 17 e 49 del 5 maggio 1821 quando Napoleone morì a Longwood House, a 51 anni, stroncato come suo padre, dice il referto medico, da un cancro allo stomaco. Aveva vissuto per cinque anni e sette mesi isolato dal resto del mondo, in quella parte est di Sant’Elena battuta dal vento e dalla pioggia. Tremila soldati, con 500 cannoni, lo sorvegliavano giorno e notte.

Si era consegnato all’Inghilterra il 15 luglio 1815, convinto – errore fatale – di vivere un tranquillo esilio di campagna vicino ad Oxford. Il 30 luglio apprese invece che sarebbe finito a Sant’Elena, un’isola sperduta nell’Oceano Atlantico a 2900 chilometri dal Brasile e a 1900 dall’Africa. La traversata in quella direzione a bordo del Northumberland fu agitata: 70 giorni di mal di mare e depressione. La sera del 14 ottobre la vista della costa alta e rocciosa di Sant’Elena fu agghiacciante.

L’arrivo alla dimora di Longwood fu altrettanto deprimente: mobili brutti e rozzi, infiltrazioni d’acqua dappertutto, topi, sporcizia. Per un uomo che aveva regnato su un impero, viaggiato senza sosta, combattuto a fianco dei suoi soldati umiliando monarchi di tutta Europa, quel soggiorno fu un Golgota. Doveva muoversi in un perimetro ristretto. La posta veniva regolarmente aperta.

Le giornate erano scandite da pasti frettolosi, qualche passeggiata a cavallo, un po’ di giardinaggio (!), la lettura dei 600 libri che si era portato dietro, le conversazioni con gli uomini che lo avevano seguito: il conte Emmanuel de Las Cases (al quale dettò il Memoriale di Sant’Elena), il barone Gaspar Gourgaud che era stato suo compagno d’armi, il maresciallo Henri-Gatien Bertrand, il diplomatico Tristan de Montholon, il medico personale O’Meara, una decina fra valletti e camerieri.

"Non c’era in lui né preoccupazione per il futuro, né meditazione del passato, né interesse per il presente", scrisse Las Cases. C’era ancora, tuttavia, l’istinto del seduttore e del “conquistatore”. Il prigioniero di Longwood partì diverse volte all’attacco di roccaforti femminili, non sempre con successo.

Ci fu un flirt (innocente) con una ragazzina di 14 anni, Besty Balcombe, con cui amava giocare a moscacieca. Più “tonico” il rapporto con Albine, la giovane moglie di Tristan de Montholon, una libertina dai capelli rossi che fu la sua amante. Lui lo negava, ma poi non esitava a carezzarle il fondoschiena davanti ad estranei. "Non immaginavo che Vostra Maestà avesse dei gusti tanto depravati", gli disse una volta Gourgaud. Il legame particolare con Albina fu ampiamente compensato dall’imperatore che nel testamento lasciò a lei (e al marito compiacente) una rendita cospicua.

Male andò invece il corteggiamento di Fanny Bertrand, la moglie del maresciallo, alta, magra, bionda, occhi neri: nonostante gli inviti che Napoleone le mandava attraverso i suoi emissari, Fanny non accettò mai di restare con lui da sola.

A parte questi rari sprazzi di vitalità, l’esilio fu penoso. Terribili gli ultimi giorni: non sopportava più la luce, non mangiava, non si alzava dal letto, si contorceva per i dolori di stomaco fortissimi. Sentendo l’avvicinarsi della morte disse al suo medico: "Muoio nella religione apostolica e romana in seno alla quale sono nato più di 50 anni fa". Le ultime parole di Napoleone furono "Francia… Armée… Joséphine… mio figlio".