L’esplosione alla stazione di Bologna alle 10,25 di sabato. 2 agosto 1980 causò la morte di 85 persone
L’esplosione alla stazione di Bologna alle 10,25 di sabato. 2 agosto 1980 causò la morte di 85 persone
di Marco Buticchi Bologna, 27 giugno 1980 Continuava a tuonare in lontananza. Il borbottio del temporale non era cessato per tutto il pomeriggio, neppure quando erano scese alcune gocce di pioggia che si erano subito dissolte sull’asfalto delle piste. Le nuvole, dense e cariche, si inseguivano mosse da un vento mutevole. Poi, calato il vento, il cielo era rimasto scuro e immobile, pronto ad accogliere le ombre della sera. La giornata era stata fredda. Non sembrava nemmeno iniziata l’estate. Eppure, il mese di giugno si avviava alla fine. L’uomo alzò gli occhi stanchi sul display delle partenze e rimase a guardare i tasselli che ruotavano accompagnati da un rapido ticchettio. Aggiornavano i passeggeri sullo stato del volo. Anche gli altri viaggiatori apparivano affaticati: le due ore di ritardo erano state interminabili. All’improvviso, tutti i presenti nella sala presero ad animarsi: le assistenti di terra erano comparse al banco dell’accettazione. Una di loro si chinò verso il microfono e premette il pulsante per la comunicazione: "Volo Itavia IH870 per...

di Marco Buticchi

Bologna,

27 giugno 1980

Continuava a tuonare in lontananza. Il borbottio del temporale non era cessato per tutto il pomeriggio, neppure quando erano scese alcune gocce di pioggia che si erano subito dissolte sull’asfalto delle piste. Le nuvole, dense e cariche, si inseguivano mosse da un vento mutevole. Poi, calato il vento, il cielo era rimasto scuro e immobile, pronto ad accogliere le ombre della sera. La giornata era stata fredda. Non sembrava nemmeno iniziata l’estate. Eppure, il mese di giugno si avviava alla fine.

L’uomo alzò gli occhi stanchi sul display delle partenze e rimase a guardare i tasselli che ruotavano accompagnati da un rapido ticchettio. Aggiornavano i passeggeri sullo stato del volo. Anche gli altri viaggiatori apparivano affaticati: le due ore di ritardo erano state interminabili. All’improvviso, tutti i presenti nella sala presero ad animarsi: le assistenti di terra erano comparse al banco dell’accettazione. Una di loro si chinò verso il microfono e premette il pulsante per la comunicazione: "Volo Itavia IH870 per Palermo. Imbarco immediato uscita nove". I passeggeri, settantasette in tutto, si misero in coda per completare le procedure. (...)

L’aereo non era pieno, malgrado fosse un venerdì di fine giugno. "Incominciamo bene", mormorò sommessamente un passeggero, commentando l’imbarco obbligato attraverso il solo accesso posteriore. Poi guardò il velivolo quasi cercasse, con un’occhiata, una rassicurazione alla sua paura di volare. Il DC-9 con sigla identificativa I-TIGI era uscito dalla fabbrica californiana della Douglas nel 1966. Aveva il numero di matricola 45724 ed era appartenuto alla Hawaiian Airlines sino al febbraio 1972. In quell’anno era stato ceduto alla compagnia privata italiana Itavia, sotto la cui bandiera ancora operava.

Il comandante Domenico Gatti stava scorrendo la check-list con il solito piglio scrupoloso. Avrebbe potuto sciorinare ogni procedura a memoria, tante erano le volte che aveva ripetuto la successione dei controlli di sicurezza nel corso delle sue settemilaquattrocento ore di volo. Ma così voleva il protocollo. Intanto il primo pilota Fontana verificava il funzionamento di spie e interruttori sul cruscotto del DC-9 e rispondeva a monosillabi alle domande del comandante.

"Stiamo per imbarcare, comandante", la hostess si sporse poco oltre la porta della cabina di pilotaggio. "Grazie, Rosa", rispose gentilmente Gatti. Poi guardò il suo cronografo da polso. "Speriamo di fare presto. Abbiamo già accumulato parecchio ritardo". Rosa de Dominicis, la giovane assistente di volo, sorrise e si avviò lungo il corridoio per sovrintendere alle operazioni d’imbarco.

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Bologna, 35 giorni più tardi

Silvana, Verdiana e Maria con la sua piccola Angela erano partite alle otto del mattino dalla stazione di Empoli. Erano arrivate a Bologna in perfetto orario per la coincidenza. Ma lì avevano scoperto che il loro treno per Milano era in ritardo di quasi mezz’ora. Così avevano comprato dei panini e un gelato per Angela, e avevano chiesto conferma del ritardo alla biglietteria.

Maria si era trasferita in Toscana al seguito dei suoi: la Sardegna era una terra avara per una famiglia numerosa come quella dei Fresu. Lì era nata Angela che, in quei tre anni, le aveva riempito la vita. Solo un anno prima Maria aveva trovato lavoro a Empoli in una fabbrica tessile.

Quella era la sua prima vacanza e aveva scelto di trascorrerla con le amiche, poco più che ventenni, e con la sua bambina. Il programma era promettente: Rovereto, le montagne, il lago di Garda. Così, forse, sarebbero riuscite a mitigare l’arsura di quell’inizio d’agosto. Le tre donne e la bimba entrarono nella sala d’attesa di seconda classe. Scherzavano. Neppure il piccolo contrattempo dovuto al ritardo del treno era riuscito a intaccare il loro buonumore.

Maria indicò un paio di posti liberi in una panca sulla sinistra. Un uomo si scansò cortesemente per farle spazio. Verdiana prese in braccio la bambina, la mise a sedere e si accomodò vicino a lei. Silvana offrì il posto a Maria che rifiutò: "Siediti tu, rimango volentieri in piedi. Casomai ti chiedo il cambio quando mi sento stanca". Silvana sorrise e sedette. Guardò il suo orologio da polso. Segnava le 10:25. Maria si chinò indicando qualcosa sul pavimento. Poi un uragano di morte scaraventò a terra Silvana.

La donna sentì il corpo trapassato dalle schegge, le macerie la colpirono in più parti. Perse i sensi. Quando riaprì gli occhi la scena irreale che aveva davanti era priva di rumori: lo scoppio le aveva fatto esplodere i timpani. Respirava a fatica e non riusciva a muovere le braccia. Alcune schegge di legno le si erano conficcate nel corpo.

Il signore gentile che aveva loro lasciato spazio tese una mano verso di lei in cerca d’aiuto: aveva una gamba a brandelli e il corpo ustionato. Silvana vinse il dolore per ruotare il capo. Verdiana era poco distante da lei, a terra. Il suo corpo era coperto di polvere e di macerie. Era immobile. Poco più in là la piccola Angela. Neppure lei si muoveva. Forse riuscì a gridare, ma non sentiva la propria voce: "Aiutateci! Aiutate la bambina!". Cercò con lo sguardo Maria Fresu, ma di lei non c’era più traccia. La forza d’urto dell’ordigno, così dissero gli esperti alcuni mesi più tardi, aveva disintegrato il suo corpo volatilizzandolo.

Erano le 10:25 di sabato 2 agosto 1980.