Con il sostegno di:

Vino italiano nei bicchieri di tutto il mondo. «Ma ora può finire nella tempesta perfetta»

Lo scorso anno ha battuto tutti i record in termini di export, però inflazione e costi ora pesano su questa situazione «irripetibile». Pallini (Federvini): «È inutile accettare ordinativi quando non abbiamo le bottiglie per riempirle con i nostri prodotti»

Come sta il vino italiano? Bene, anzi benissimo, se guardiamo ad esempio l’export. L’export va, nel 2021 è stato un anno record: 7,1 miliardi di euro di valore (+12,4%), aumento del 4,7% del prezzo medio delle bottiglie e una bilancia commerciale, tra le più performanti del made in Italy, che segna un attivo di quasi 6,7 miliardi di euro. Nel 2022 non sappiamo se sapremo far meglio, se potremo migliorare questi dati che alcuni definiscono «irripetibili», anche alla luce delle criticità con cui si è aperto il 2022 (inflazione, aumento costi materie prime e materiali, guerra in Ucraina). «Il 2022 ha tutte le premesse per diventare l’anno della tempesta perfetta – dice la presidente di Federvini, Micaela Pallini – da molti mesi lamentiamo una situazione intollerabile rispetto ai costi dei trasporti, che ha danneggiato pesantemente il nostro export. A questo si sono aggiunti il progressivo aumento dei costi delle materie prime e dell’energia e la crisi internazionale che ha fatto esplodere la penuria di componenti essenziali per i nostri settori». «È inutile accettare ordinativi quando non abbiamo le bottiglie per riempirle con i nostri prodotti, né disponiamo del cartone per imballarli – continua la Pallini – il tema è principalmente il costo, in continuo aumento, ma oggi parliamo anche di disponibilità. Molte cartiere si stanno fermando o stanno rallentando la produzione. Per il vetro poi la situazione è drammatica. Alcuni settori, penso alle distillerie, sono molto energivori, e quindi il continuo aumento del prezzo dell’energia ha effetti drammatici». Un vero peccato, conclude, «perché il 2021 si era chiuso in termini positivi». Intanto l’Italia investe sulla sostenibilità, anzi diventa capofila europeo grazie all’ultimo decreto ministeriale. L’Unione italiana vini (Uiv) è convinta che entro 2-3 anni la stragrande maggioranza delle imprese del vino aderirà a un protocollo con stringenti norme di carattere ambientale, sociale ed economico che si rivelerà determinante per la crescita del brand del prodotto enologico tricolore nel mondo. Per il segretario generale Uiv, Paolo Castelletti: «Si è chiuso un cerchio fortemente voluto dalle imprese italiane del settore che mai come oggi riconoscono l’importanza del tema. Una buona notizia in un quadro congiunturale pieno di insidie». Secondo un’indagine Wine Intelligence svolta su un campione di 17 mila intervistati in 17 Paesi, i vini prodotti in modo sostenibile sono, con i biologici, in cima alle preferenze tra le tipologie produttive che offrono senza dubbio maggiori opportunità di crescita.
Tra i Paesi con una maggior sensibilità dei consumatori verso i vini sostenibili, gli Stati Uniti, la Germania e il Regno Unito – che rappresentano anche la top 3 della domanda di vino italiano – ma anche i Paesi del Nord Europa, la Svizzera, il Brasile e l’Australia. La Nuova Zelanda è il Paese produttore all’avanguardia nei vini sostenibili, con il 96% del proprio prodotto certificato e un logo che distingue i vini green neozelandesi nel mondo. Con il provvedimento a regime, lo standard pubblico sarà conseguito attraverso un disciplinare basato sul Sistema di qualità nazionale della produzione integrata (SQNPI) declinato in tutte le regioni italiane. Per i produttori sono previste regole uniche in materia di impiego di agrofarmaci e di buone prassi in vigna e in cantina, ma anche – una volta raggiunta la certificazione – un logo unico e pubblico riconoscibile ai consumatori.

Anche Uiv esprime timori e incertezze per il 2022. Paolo Castelletti entra nei dettagli: «Lo scorso anno l’export di vino ha polverizzato tutti i record, con un risultato che, comparato ai trend pre-Covid, si sarebbe raggiunto nell’arco di un lustro. Ora però il quadro è preoccupante, con una serie di fattori che annunciano un anno difficile. La forte erosione dei margini data dall’escalation dei costi delle materie prime del settore, il quasi certo azzeramento del mercato russo e soprattutto una guerra che, accompagnata alla spirale inflazionistica, influirà in maniera pesante sulla fiducia e quindi sui consumi globali, sono i principali elementi di criticità che riscontriamo».