LA TINTILIA DEL MOLISE

Ai viticoltori molisani va dato il merito di avere saputo valorizzare nel giro di pochi anni un vitigno a bacca rossa, la Tintilia, per lungo tempo considerato biotipo del Bovale Grande sardo e tralasciato nel secondo dopoguerra a favore di colture più produttive come Montepulciano, Aglianico e Sangiovese. 

I vini Tintilia del Molise DOC –anche nella versione Rosato- si presentano con abiti diversi a seconda delle aree di produzione e delle tecniche di trasformazione adottate dal vignaiolo. La costante: cantine di dimensioni ridotte. Accade per Kurunus, ottenuto sui colli di Montecilfone, 400 metri sul mare, rubino e vigoroso, adatto a sereno invecchiamento; e più verso l’interno con le bottiglie di Antonietta Lagatta e Maria Lucia Pietroniro, madre e figlia che sulle colline intorno a Lupara danno alla luce un vino denso e carico, dalla trama fitta. 

Uva, la Tintilia, che sottoposta ad appassimento si concede in vini dai vibranti profumi di confettura di susine, con rivoli balsamici attorcigliati intorno a note gustative ancora astringenti. Per l’evidenza, si stappi una bottiglia di Tinduce delle Cantine Catabbo. Nella parte più interna della regione è rivendicata dal solo Antonio Valerio la DOC Pentro d’Isernia, dove è il Montepulciano a farla da padrone. Nel Molise enoico le sorprese continuano poi con i vini bianchi. Non solo grazie alle pur ottime etichette di Falanghina, Fiano, Malvasia o Trebbiano che contribuiscono all’ottenimento della DOC Molise, ma anche di Moscato. 

A pochi chilometri dal mare, in Campomarino, Michele e Pierluigi Travaglini affinano per almeno 6 mesi sulle fecce il loro Moscato per un sorso secco, fragrante, piacevolmente alcolico e netto.

 

DALLA BORGOGNA ALL’ABRUZZO

Lo sfondo che fa da quinta alla viticoltura d’Abruzzo ha il colore pruinoso del Montepulciano, dorato del Trebbiano, e di quegli esclusivi toni amarena del Cerasuolo, fresco e vibrante. 

Tuttavia in molte aree della regione trovano sempre più spazio alcuni vitigni locali come il Pecorino, la Passerina, la Cococciola e il Moscatello di Castiglione a Casauria, trasformato anche in vino secco. 

Origine del Montepulciano è la Conca peligna, area evocata per la bontà delle uve da Ovidio dall’esilio sul Mar Nero e che pure attrasse sul finire dell’Ottocento l’attenzione del medievista prussiano Ferdinand Gregorovius in quanto ai vini, “per nulla inferiori a quelli di Borgogna”. 

Di quel Montepulciano esiste oggi un cru de facto, rappresentato dalle Colline Teramane DOCG. In Vittorito, Mariapaola Di Cato rappresenta il ritorno alla terra di un’intera generazione, con minimi interventi tra i filari e in cantina per ottenere bottiglie sincere e dirette; in Tocco da Casauria, Fausto Zazzara inaugura un nuovo capitolo della viticoltura abruzzese con spumanti metodo classico ottenuti perlopiù da varietà indigene, spesso diseguali anno via anno. Da qui il vocabolo che li contraddistingue, Majgual.