Con poco più di ventisettemila ettari vitati (dei quali oltre la metà è a Doc), la Sardegna offre il più integro patrimonio viticolo d’Italia. Nel senso che i vitigni più accreditati sono tutti autoctoni. Qui il Sangiovese e il Trebbiano, assai diffusi sul territorio nazionale, costituiscono una presenza del tutto marginale, e altrettanto vale per i cosiddetti vitigni internazionali.
Cominciamo dai Rossi. Del tanto celebrato Cannonau non si conoscono le origini, ma è da ricondurre di sicuro all’epoca dei nuraghi: è il più diffuso vitigno, oltre settemila ettari, il che significa il 28% della produzione totale. La resa è quanto mai bassa – ottanta quintali per ettaro – e questo garantisce la migliore vinificazione. La massima concentrazione dei vigneti (che è poi quella storicamente più pregiata) è nel territorio di Nuoro, del Sulcis e dell’Ogliastra. E sempre nel Sulcis – vale a dire nella Sardegna sudoccidentale – abbiamo l’altro Rosso, il Carignano, nome legato a un ramo dei Savoia. L’uva vive su terreni sabbiosi e assolati, dove si estende per oltre duemila ettari, esposti ai venti salmastri del mare. Di colore rubino intenso, tendente al granato, ha profumi caldi di marasche, liquirizia e pepe nero. Controversa, invece, l’origine del Monica. Introdotto dai monaci camaldolesi intorno al Mille, o importato dalla Spagna durante la dominazione sull’isola? Pare più attendibile quest’ultima ipotesi, visto che il vino è spesso denominato Monica di Spagna. Al gusto dolce delle Malvasie fanno riscontro le tre Doc Moscato. Di Cagliari, di Sorso e di Sardegna, quest’ultima anche nella versione Spumante. L’habitat è quello di terreni asciutti e calcarei, la resa quantomai bassa, gli impianti ad alberello per vini squisitamente dolci. La Sardegna dei vini – soprattutto quella del Vermentino – coincide in buona parte con quella più turistica. Il nord dell’isola include infatti la Costa Smeralda da Porto Cervo a Porto Rotondo, ma offre a poche miglia isole come Santo Stefano, La Maddalena, Caprera, La Tavolara. Il Vermentino non è pensabile senza la denominazione Gallura, un marchio di origine, che ne fa qualcosa di unico rispetto a quello toscano o ligure. La Gallura occupa l’area nordorientale dell’isola. La zona più vicina al mare vede la diffusa presenza di rocce granitiche tra la folta macchia mediterranea. Le aree interne sono invece ricche di boschi di querce e sughere. Qui le rocce sono ricoperte da pesanti strati di sabbia a forte granulazione, misti ad argilla e a microelementi assai utili alla vegetazione. Si tratta di terreni grossolani e magri, ma ricchi di potassio e di quella mineralità che dà al Vermentino un gusto persistente e una delicata nota amarognola. Dietro questa sicura identità, che ha portato al riconoscimento della Docg nel ’96, c’è la lunga e appassionata vicenda di un pugno di vignaioli.
Certo, duemila chilometri di costa in uno scenario fra i più suggestivi, non è cosa da poco. Ma a contraltare, non vanno trascurati i massicci isolati, i brevi altipiani, il dolce andamento delle colline. Insomma, tutto quel territorio che si sviluppa dal nord dell’isola a sudest, col monte Limbara e il Gennargentu. Siamo nell’areale di generosi vini, dal Cannonau al Nepente, un vino questo che risale addirittura agli Egizi, i quali lo consumavano con un infuso d’erba. Pare che il nome sia da ricondurre a D’Annunzio, il quale – benché astemio – ebbe modo di apprezzare le qualità sedative del vino, dopo le conseguenze di una tempestosa navigazione da Napoli. Di qui “Nepente”, perché in grado di lenire le sofferenze.Il vigneto è parte integrante del paesaggio sardo. Un vitigno arrivato qui dalla Corsica, solo alla fine dell’Ottocento, ma che ha battuto per estensione e notorietà uve ben più radicate nei trascorsi dell’isola. Occupa infatti circa tremila ettari ed è, con il Cannonau, il vino che fa più Sardegna.


UN CONSIGLIO
Il Vermentino si abbina a piatti di mare dove vi sia anche l’utilizzo del pomodoro