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Un vino sempre più internazionale: il segreto del successo è la qualità

Export in salute, il 60% degli ettari è destinato a produzioni con denominazione d’origine

L’anno della rinascita. Le Marche si preparano al ritorno al Vinitaly dopo anni di difficoltà. La ripresa è iniziata anche se i valori pre Covid non sono stati ancora raggiunti. Lo si vede, ad esempio, alla voce export con 57,6 milioni di valore degli scambi con i paesi esteri, dato in crescita rispetto al 2020 ma ancora distante dal 2019 pre pandemia (-5%). A sostenere il settore soprattutto gli scambi con Stati Uniti, Germania, Svezia, Giappone, Regno Unito, Cina e Norvegia. Gli ultimi dati sulla produzione vedono 10.764 aziende agricole che coltivano 17.526 ettari (dati Ismea) con oltre 2.200 attività che vinificano quasi 800mila ettolitri di produzione. Una produzione di altissima qualità. Il 60% degli ettari coltivati a vite è destinato a produzioni a denominazione di origine, il 35,6% è certificato biologico. Morale: secondo i dati Ismea-Qualivita il settore wine a denominazione di origine, che conta 21 denominazioni tra Doc, Docg e Igp, vale 102 milioni di euro con vini celebrati sulle guide più prestigiose e sulle tavole di tutto il mondo. 

Dal più prodotto Verdicchio dei Castelli di Jesi nelle versioni Classico, Classico Superiore (quest’ultimo riconosciuto lo scorso novembre come ‘il miglior bianco al mondo’ da Wine Enthusiast) e Riserva, alla più piccola doc d’Italia, il Terre Di San Severino che con neanche 10 ettari di terreno e appena 48 ettolitri di produzione è riuscita a conquistare insieme al Pecorino di Offida i Capi di Stato durante la cena di gala del G20 lo scorso ottobre. E visti i tempi vale la pena di ricordare che nel 2015, a stemperare i rapporti tesi tra Stati Uniti e Russia, ci pensò un brut rosé Made in Marche ottenuto da uve Lacrima di Morro d’Alba. Tanti attestati che dimostrano quanto il Vigneto Marche sia in grado di competere sui mercati internazionali. Qualità che viene evidenziata anche dai dati economici. «I numeri del vino marchigiano vanno sostenuti e difesi dai vari tentativi di falsificazione che avvengono anche a livello comunitario – commenta Maria Letizia Gardoni, presidente di Coldiretti Marche – Il nostro Verdicchio, ad esempio, ‘vanta’ imitazioni come accade per il rinomato Bolgheri (con il Bolgarè ungherese) o per il Prosecco (con il Prosek croato) e questo significa che occorre partire intanto nel rivedere l’attuale sistema di tutela delle certificazioni in Europa dove ancora non c’è piena protezione delle denominazioni. 

Il falso Made in Italy compromette economicamente il settore e genera confusione tra i consumatori. Non possiamo permettercelo sia perché la vitivinicoltura marchigiana rappresenta l’eccellenza del comparto agroalimentare sia perché in una fase storica di così grande incertezza è necessario almeno preservare gli spazi economici e commerciali conquistati fino ad oggi». A tutt’oggi, sul web, si trovano wine kit che promettono di prepararsi in casa Verdicchio dei Castelli di Jesi con acqua e preparati solubili. Nonostante tutto, nel tempo il valore dei terreni è cresciuto. Quelli della provincia di Ancona, ad esempio, hanno incrementato il loro valore agricolo del 24% negli ultimi 15 anni. Oggi, dati dell’Agenzia delle Entrate, un terreno compreso nell’area del Verdicchio può arrivare a valere oltre 37mila euro all’ettaro. Il ricavo medio per ettaro nelle Marche per il vino comune è stato calcolato da Ismea nell’ordine dei 2.459 euro. Cifra che cresce fino a sfiorare i 5mila euro all’ettaro per i vini Igt e tocca punte di quasi 6.500 euro per le Doc e le Docg.