Stefano Boeri e la ‘Green Obsession’: “Il paesaggio, un patrimonio da proteggere”

L’architetto del Bosco Verticale racconta la sua filosofia e lancia un messaggio alle nuove generazioni

architetto

“Vorrei partire dalla modifica recentemente approvata dell’Articolo 9 della Costituzione, che rappresenta davvero un passo importante. Il nuovo testo recita che la Repubblica ‘promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni’. Così facendo si dà al Paesaggio e all’Ambiente un valore completo: accanto a una valutazione estetica, in quanto oggetto di tutela costituzionale entrambi rappresentano oggi una risorsa complessivamente intesa”.

Stefano Boeri, lei è conosciuto al grande pubblico come l’architetto del Bosco Verticale e per il suo impegno a favore di un’urbanistica green: come è cambiata la coscienza collettiva nei confronti dell’Ambiente?
“Con la modifica alla Costituzione si legittimano decenni di sforzi fatti perché il concetto del Paesaggio, come bene collettivo, diventi un riferimento fondato sulla Carta più importante che abbiamo, che è la Costituzione. É una bella notizia e credo dovremmo ringraziare, una volta tanto, chi si è speso per ottenere il cambiamento, ovvero il gruppo di deputati e senatori che ha lavorato su questa modifica. Ricordiamoci che anche il presidente Mattarella, nel suo discorso di insediamento, ha ripreso questo concetto con grande forza, uno dei punti fermi della sua azione. Per quanto riguarda la nostra coscienza nei confronti dell’Ambiente, penso che l’Italia abbia fatto un primo passo importante con il piano della Regione Sardegna varato dall’allora presidente Soru nel 2008-2009. Un piano che divenne un riferimento europeo per la difesa dell’ambiente. Stabiliva che il paesaggio è una risorsa economica che va protetta per le future generazioni.
L’idea di proteggere le coste della Sardegna impedendo qualsiasi edificazione a 300 metri dal mare aveva questo valore. Allora la cosa fu vista come una provocazione; in realtà, guardandola con gli occhi di oggi, fu un primo passo e quello che fa oggi la Costituzione dà finalmente forza a quel concetto”.

Allora la minaccia del cambiamento climatico non era così forte…
“Oggi abbiamo un tema in più, non c’è dubbio. Da un lato si tratta di tutelare una risorsa che ha un valore economico legato alla salvaguardia di antichi mestieri, antiche forme di presidio delle parti più interne del nostro territorio – penso ai borghi e a quel mondo, tra zootecnia e agricoltura, che ha fatto la storia italiana, perché noi siamo un Paese per larga parte contadino. Dall’altro, c’è il grande tema del cambiamento climatico, di connettere le zone della biodiversità e di lavorare sulla biodiversità delle specie sia vegetali sia animali. L’Ambiente non è solamente una risorsa economica produttiva – perché attrattiva di turismo o perché luogo di lavoro; l’Ambiente è una risorsa straordinaria anche perché, grazie al potenziamento degli ecosistemi, ci aiuta a fronteggiare e ridurre gli effetti negativi della crisi climatica. Oggi si parla proprio di servizi ecosistemici: siamo in grado di quantificare i vantaggi che una foresta, un bosco o un giardino, danno alla vita del domani. Questa cosa è molto importante, allora non c’era e ci offre un ulteriore modo di dare valore al concetto di ambiente e di paesaggio”.

Lei ha chiamato Green Obsession il suo impegno e la sua ricerca nel campo della progettazione. Ci spieghi…
“Penso che abbiamo costruito per secoli delle città sostanzialmente minerali, dove la natura vivente non era ammessa, oppure era confinata entro perimetri circoscritti, quali giardini, parchi, viali alberati. Ora credo che abbiamo capito che dobbiamo invece tornare a un rapporto diverso con la Natura e che questo è diventato importante per diverse ragioni. La prima è che abbiamo bisogno del verde, delle piante e degli alberi, per respirare meglio, per assorbire l’anidride carbonica e ridurre il calore; per aumentare la biodiversità delle specie viventi, perché il verde attrae e contiene l’acqua; infine per diverse ragioni legate alla vita quotidiana, anche sul piano psicologico e della salute. Ma, più in generale, essere a contatto con la natura migliora la nostra vita dal punto di vista delle difese immunitarie che produciamo, che diventano più forti quando siamo a contatto con una maggiore ricchezza di batteri piuttosto che quando cerchiamo di annullare le altre forme di vita”.

E ‘l’ossessione verde’ quando scatta?
“Questi due aspetti sono fondamentali e qui sta la Green obsession, che ci fa dire che noi abbiamo bisogno di aumentare e moltiplicare le superfici biologiche e vegetali nelle città. Questa è l’ossessione personale e collettiva, ormai non solo mia ma di molti miei colleghi, di persone che hanno lavorato con me nel mio Studio e all’Università, in Triennale e nelle riviste che ho diretto. È un’ossessione contagiosa e molto positiva. E poi, se vogliamo cogliere la sfida dei prossimi decenni, dobbiamo smettere di parlare del cambiamento climatico come di una minaccia, di un disastro, di una paura, di una penitenza, di una necessaria sofferenza. Non è così. Oggi ci sono dei passi in avanti che noi possiamo fare per migliorare la qualità della vita che sono strumenti straordinari per fermare il surriscaldamento globale”.

Quindi affrontare con più ottimismo una minaccia così seria?
milano boeri isola“Sì, credo che dovremmo introdurre anche nel nostro linguaggio una visione più ottimista. In fondo è quello che facciamo con la nostra architettura: il Bosco Verticale vuole trasmettere una sensazione di gioia, di fantasia e di immaginazione, questa è la sua forza. Ossessione verde, ottimista. Oggi abbiamo venti cantieri in tutto il mondo e stiamo lavorando perché questa idea del Bosco Verticale diventi accessibile a tutti, ne abbiamo fatto uno in Olanda per studenti in social housing e altri due in Cina che hanno proprio la caratteristica di avere prezzi molto bassi. Lavoriamo in parti diverse del mondo cercando di fare sempre meglio”.

Ci parli del progetto Forestami, che prevede di piantare milioni di alberi a Milano. Di cosa si tratta?
“Sì, Forestami ha ormai due anni, nasce dal Politecnico di Milano in rapporto con il Comune e l’Area Metropolitana, coinvolge la Bicocca e la Statale, la Regione Lombardia, e ha raccolto molti contributi privati davvero importanti, anche di singoli cittadini. È un progetto ambizioso che mira a piantare entro il 2030 tre milioni di alberi nell’area metropolitana di Milano. Siamo partiti molto bene, in questo periodo ne sono stati piantati circa 300mila, nonostante le difficoltà del Covid. Dobbiamo pensare che le città producono circa il 75% dell’anidride carbonica all’origine del cambiamento climatico, e quindi portare alberi nelle città, portare boschi, portare piante, è l’unico strumento che abbiamo per assorbire l’anidride carbonica che abbiamo già prodotto. Mentre si lavora sulle fonti rinnovabili di energia, pensiamo anche a eliminare l’anidride carbonica che già esiste, una sfida fondamentale. Mi auguro che questo progetto, riformulato, possa essere esportato a Roma, Napoli, Palermo, Torino. Le risorse del PNRR penso che stiano dando una mano e che ci siano buonissime prospettive da questo punto di vista”.

In piena pandemia lei lanciò l’idea di andare a vivere nei borghi…
“E dopo l’esperienza della pandemia questo concetto si rafforza. Non è necessario abbandonare le città, l’ho spiegato: ma le nuove condizioni di lavoro, e anche l’uso così diffuso del digitale per colpa del lockdown, hanno creato una situazione in cui oggi è davvero possibile passare cinque giorni su sette in un luogo che non è necessariamente quello dove c’è anche l’azienda, l’ufficio dell’amministrazione pubblica, il laboratorio, lo studio professionale. Vivere a una distanza ragionevole dal luogo di lavoro è diventato possibile e ci sono molte famiglie che lo stanno facendo. Quello che proponevo era semplicemente un ragionamento di buon senso: in Italia abbiamo un patrimonio di centri storici abbandonati e semi abbandonati straordinario, questi centri storici delle aree interne che sono stati nei secoli città, che continuano a darci spesso l’acqua potabile, l’aria pulita e anche il cibo migliore. E quindi è fondamentale pensare, in futuro, non a un decentramento ma a un’oscillazione tra il ritorno alla vita in questi piccoli borghi e un rapporto di reciprocità con le città, che comunque rimarranno i grandi motori dello sviluppo. Questo tema stiamo cercando di applicarlo come studio professionale in alcune aree del Centro Italia colpite dal terremoto o, con il Politecnico di Milano, in Val Trebbia”.

Scoprire la ricchezza nascosta a due passi da casa, guardare alle cose di tutti i giorni con occhi diversi come ricordava Vico Magistretti…
“Ma certo! La cosa che dico sempre, per fare un esempio spettacolare, è che la Madonna del Parto di Piero della Francesca non è a Firenze ma in un piccolo borgo (Monterchi, ndr). Come gran parte delle opere d’arte italiana. Lo sguardo con occhi diversi è proprio questo: capire e
conoscere che a pochi minuti da dove viviamo ci sono luoghi straordinari che stiamo perdendo”