Franco Faggiani racconta l’avventuroso viaggio attraverso l’Italia
Franco Faggiani racconta l’avventuroso viaggio attraverso l’Italia

Il suo ultimo romanzo è un invito al viaggio, fuori e dentro di sé. Già, perché, come scriveva il Thomas Eliot della Terra desolata, “non smetteremo di esplorare e alla fine del nostro andare ritorneremo al punto di partenza. Per conoscerlo per la prima volta”.

“Ecco, è un po’ quello che accade ai protagonisti di ‘Non esistono posti lontani’ di Franco Faggiani: il giovane, scanzonato Quintino e l’anziano archeologo Cavalcanti incrociano il loro futuro a Bressanone. Partono da qui, decisi a mettere in salvo in Vaticano alcune opere d’arte per sottrarle alla razzia dei tedeschi che, proprio in quel momento, stanno tracciando la Linea Gotica. Fortuna e avventatezza tracciano un rocambolesco viaggio nel cuore dell’Italia, con la capacità di guardarsi dentro per intuire come siamo e come potremmo essere.”

Faggiani, “Non esistono posti lontani” suggerisce che non esistono traguardi irraggiungibili?

“Sì, sicuramente. Mi piacciono le metafore. Penso che per andare avanti si debba sempre un po’ rischiare e non fermarsi, se non alla fine”.

I monasteri, da Camaldoli a Fonte Avellana, sono le tappe principali. Il monastero evoca lo spirito della viandanza e del cammino anche interiore?

“Sono luoghi sempre affascinanti, che ci riportano indietro nel tempo, a un’idea di cammino e di introspezione. Ne ho visitati diversi quando ho fatto personalmente questo viaggio con un’idea del libro che, tornato a casa, ho cambiato radicalmente, dopo aver parlato con la gente che vive in quei posti. Nei monasteri sono andato per curiosità e, lasciata l’auto al parcheggio, mi sono trovato all’improvviso in una dimensione di pace e quiete, tanto che ho deciso che i miei personaggi da lì dovevano passare”.

Lungo la strada spuntano paesini sconosciuti, ognuno dei quali ha una propria bellezza. Ha voluto far emergere un’Italia nascosta?

“Ho voluto far conoscere questi posti bellissimi, paesaggi appenninici che colpiscono come non accade neanche sulle Alpi. L’ Appennino si sta spopolando e il mio è un invito a visitare questi posti prima che scompaiano dalla carte geografiche e prima che muoiano i grandi vecchi che custodiscono la memoria della guerra e della storia locale. È per questo che al libro è allegata la cartina del viaggio”.

I protagonisti del romanzo avanzano in parallelo sulla strada di un legame, apparentemente improbabile, che diventerà un’amicizia. Il percorso fisico diventa il cammino di un’educazione sentimentale?

“Il viaggio non è spostarsi da un posto all’altro. Il cammino è condivisione, riflessione, è una cornucopia da cui escono lo scambio, magari i contrasti, il raccontarsi”.

Scrive: ‘Vagare, perdersi, sfidare l’ignoto era stato l’unico modo per ritornare a casa’. I suoi personaggi attraversano terre incognite come due novelli Ulisse?

“In realtà non ho pensato ad Ulisse. La mia idea è che, quando vai in posti che non conosci, devi abbandonare la razionalità e affidarti all’istinto”.

Il viaggio è scoperta o ricerca?

“Il viaggio porta sempre e comunque a conseguenze e per questo ha il valore più della scoperta che di una ricerca. Per il professore che si era abbandonato al tempo che passa, è un tornare a vivere perché scopre che non esistono posti lontani, appunto”.

Tappa dopo tappa, emerge dal libro il concetto del tempo piccolo, l’istante che può cambiare una vita. è un’altra scoperta on the road?

“Il tempo piccolo è il momento che precede una decisione. Pochi secondi che possono cambiare il corso delle cose, come le sliding doors, le porte scorrevoli della vita. Magari ponderi a lungo una decisione, poi, pochi secondi prima, cioè nel tempo piccolo, la cambi alla cieca. Per andare avanti bisogna rischiare”.