Borghi e vino è connubio indissolubile, nella verde Umbria dolce e aspra, francescana e opulenta con i bei vigneti che si stendono intorno a mura, torri, campanili e chiostri. Regione piccola, ma ben attrezzata nel vigneto e in cantina: 21 denominazioni da 13mila ettari per circa 70 milioni di bottiglie. Un viaggio che comincia una ventina di minuti di strada a sud-est di Perugia, si passa il Tevere per raggiungere una vera cattedrale del vino. Torgiano, nel club dei Borghi più belli d’Italia: non a caso, l’emblema del Comune è una vite. Ci deliziamo nel Parco delle sculture di Brufa, e il cammino tra la Torre e il Palazzo Baglioni ci porta al Museo del Vino, opera preziosa della famiglia Lungarotti che qui produce 14 vini (più 4 a Montefalco e 11 nella Tenuta del Pometo) tra i quali il L’U rosso, blend di Sangiovese, Merlot e altri vitigni a bacca rossa, 8 euro, sentori di frutta sotto spirito ma anche caffè, cacao e spezie, sei mesi di barrique per abbinarsi bene a un cacciucco e a una tempura ma anche a una pizza. 

Si può proseguire, tornare verso Assisi, scendere per Spello, deviare per Bevagna e arrivare ai piedi della “Ringhiera dell’Umbria”. Montefalco, un altro iscritto al club, battezzato da Federico II di Svevia e definito poi dal Vate D’Annunzio “dolce come sul poggio il melo e il pesco”. Si fa il giro delle mura, si ammirano gli affreschi di Benozzo Gozzoli, si assaggia vino: è la patria del Sagrantino, adorato dalle star di Hollywood. Noi però assaggiamo uno degli ultimi nati nella linea Signature di Marco Caprai, il Pinot Nero Malcompare, rotondo e fresco dai sentori di viola e lampone, setoso e speziato nei tannini resi cremosi da 24 mesi di barrique (120 euro). Avanti. Trenta chilometri a ovest, verso il Tevere. Todi, un gioiello: la piazza del Popolo, i palazzi che la cingono con la cattedrale romanico-gotica, la cerchia di mura, tutto ancora identico alla città medievale. Patria di un ottimo bianco, il Grechetto, un nomen omen per la scelta, il Bianco del Cavaliere della Cantina Todini, vivace nella freschezza delicata dei fiori bianchi – note regalate dalla presenza di Chardonnay e Viognier – e nel gusto morbido che unisce sapidità e rotondità (15 euro). 

Attraversato il “biondo fiume” e il suo parco con la strada che costeggia il lago di Corbara, eccoci ai piedi della Rupe. Orvieto, che “rende felice il viaggiatore romantico”, come scrisse Guido Piovene. Una delle più belle città del mondo, tra l’archeologia e i palazzi eleganti, il celeberrimo Duomo gotico e il Pozzo di San Patrizio. E il suo vino: noto fino dai tempi degli Etruschi, fu “moneta” per pagare la costruzione del Duomo, ma anche gli affreschi del Pinturicchio e del Signorelli, oggi conosce nuova gloria: tra i benemeriti, la famiglia Dubini, e ora Giovanni che al Palazzone propone Terre Vineate, doc Classico Superiore da Procanico e Grechetto con un po’ di Verdello e Malvasia, denso e asciutto (14 euro). Attraverso un’Umbria più aspra e boscosa, eccoci poi a Ficulle, tra la Rocca con la possente torre e il mistero antico delle Grotte della Madonna della Maestà. E poco fuori il Castello della Sala, dove nasce il “Sauternes d’Italia”, il Muffato della Sala di Antinori, mix di Sauvignon, Grechetto, Traminer, Sémillion e Riesling, uve esposte in pianta alla Botrytis Cinerea a dare un vino ricco e pieno di profumi, dolce ma non troppo, 32 euro e un sorso di delizia.