Podere Il Castellaccio, l’altra Bolgheri: “Sangiovese e Pugnitello, non si vive di soli bordolesi”


Quando Bolgheri era semplicemente Bolgheri, negli anni Sessanta, nonno Luigi comprò alcuni terreni e vi impiantò vitigni locali, com’era naturale che fosse. Cinquant’anni più tardi Alessandro Scappini, rilevata l’azienda di famiglia nel cuore di quella che era ormai diventata ‘la piccola Bordeaux’, si è trovato di fronte a un bivio: mantenere questo importante patrimonio enologico e affettivo oppure sradicare tutto e ripartire con quelle uve francesi che hanno fatto la fortuna di Castagneto Carducci?

La prima opzione ha prevalso e oggi il suo Podere Il Castellaccio è portabandiera dell’“altra Bolgheri”, un’azienda che scommette sui varietali lasciando in secondo piano gli internazionali. Sul chiantigiano Sangiovese e sui semi-abbandonati Pugnitello e Ciliegiolo, sfruttando anche l’elasticità di una Doc che ne permette l’utilizzo rispettivamente fino al 50 e 30 per cento. “Così come Michele Satta è il riferimento per il Sangiovese- dice Scappini – noi vogliamo esserlo per il Pugnitello. Sappiamo bene che parte del nostro successo è dovuto al brand Bolgheri, di cui siamo ovviamente orgogliosi di fare parte, ma vogliamo dimostrare che anche nella terra eletta dei tagli bordolesi può esserci spazio per grandi vini da varietà locali”.

Così se l’Orio (16 euro), che resta pur sempre il vino principale con le sue 20mila bottiglie sulle 40mila totali prodotte dall’azienda, è un Bolgheri Doc a base di Cabernet franc, Merlot e Syrah che più Bolgheri di così non si può, il Castellaccio (80 euro), vino eponimo e prodotto di punta, è un Bolgheri Superiore Doc fatto al 70% Cabernet franc e al 30% Pugnitello. Un taglio atipico che dà la cifra stilistica della cantina, che ritroviamo ancora più marcata nel Dinostro (14 euro, entry level aziendale 100% Sangiovese) e soprattutto nell’amato Valente (17,50 euro, blend di Sangiovese, Pugnitello e Ciliegiolo), due Igt Toscana prodotti a Bolgheri ma che con Bolgheri intesa come denominazione hanno poco o nulla da spartire.

“Il Sangiovese – spiega Scappini alla presentazione della gamma aziendale al Bistrot Aimo e Nadia di Milano – è un vitigno che si adatta a molte zone ma che in ciascuna zona si esprime con caratteristiche diverse. Noi vogliamo raccontarlo in questo territorio, cercando di esprimere nei nostri vini freschezza più che muscolarità, andando alla ricerca del frutto invece che dei tannini”. Sfruttando appieno l’assist dei vigneti di nonno Luigi, vecchi di cinquant’anni, che offrono base rese e alte concentrazioni.